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Genova, la centrale a carbone che nessuno vuole riaccendere / IL RETROSCENA

Genova - Parte, non riparte, ripartirà? La riaccensione della centrale elettrica a carbone di Genova sta diventando il giallo di questo gelido gennaio.

Genova - Parte, non riparte, ripartirà? La riaccensione della centrale elettrica a carbone di Genova sta diventando il giallo di questo gelido gennaio. Nei giorni scorsi la notizia di un possibile, temporaneo, ritorno in attività ha scatenato uno psicodramma di ambientalisti e partiti politici. Sabato mattina l’arrivo in porto del primo carico di carbone - 3.100 tonnellate portate dalla nave “Sider Tis” - è stato accolto dalla manifestazione degli oppositori. Il M5S ha presentato un esposto in Prefettura.

Molto rumore per nulla? La riaccensione della centrale a carbone dell’Enel - uno degli impianti meno amati dallo stesso Francesco Starace, l’a.d. del gruppo che ha costruito buona parte della sua immagine attraverso il programma di chiusura di 23 impianti inquinanti del Paese - è tutt’altro che scontata. «Poco più di tremila tonnellate di carbone sono in grado di alimentare l’impianto per una trentina di ore di funzionamento», spiegano fonti tecniche al Secolo XIX. Trenta ore sono circa 3 giorni di attività, a fronte di un’emergenza che, secondo quanto stimato, è destinata a protrarsi «almeno sino a marzo-aprile». Se alla fine si deciderà che la centrale di Genova deve correre temporaneamente in soccorso del fabbisogno nazionale ed europeo, la quantità di carbone necessaria sarà dieci volte quella arrivata a Genova sabato scorso. E al momento la compagnia dei carbuné “Pietro Chiesa” non ha notizia di nuove navi in arrivo, né è stata chiamata a scaricare la “Sider Tis”.

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Ma dove nasce la necessità di rimettere in moto un ferro vecchio del 1929 che ha cessato l’attività a fine 2016? Dal mantenimento in equilibrio del sistema elettrico italiano in una fase resa fragile dalla concomitanza di una serie di fattori. La Francia - il maggiore produttore ed esportatore di energia nucleare d’Europa - ha sospeso l’attività di 21dei suoi 58 reattori per manutenzione, vedendosi costretta a importare energia da Germania, Svizzera, Spagna e Italia. Nel frattempo sull’Europa è sceso il gelo e la domanda di elettricità si è impennata ovunque. Il prezzo del kwh ha cominciato a salire su tutte le Borse elettriche.

Per evitare cali di tensione sulla rete nazionale dovuti all’eccesso di domanda e scongiurare possibili black out, il ministero dello Sviluppo economico, sentita Terna, la società che gestisce il dispacciamento lungo la penisola, ha chiesto ad alcuni operatori di rinviare momentaneamente operazioni di chiusura di impianti che potrebbero tornare utili in questa emergenza. A Enel sono state indicate le centrali a carbone di Genova e Bastardo (in Umbria), mentre A2A è stata tirata in ballo con il termoelettrico di Chivasso in Piemonte. Tale impianti non sono stati scelti a caso. Da un lato gioca un ruolo il combustibile, il carbone, che essendo conveniente e (a differenza delle rinnovabili) programmabile, storicamente è sempre andato in soccorso delle altre fonti. D’altra parte è determinante la logistica degli impianti. L’equilibrio del sistema elettrico dipende infatti anche dalla geografia della produzione: poiché in questa fase a chiedere energia è la Francia e poiché la produzione ligure nell’ultimo anno è stata dimezzata dalla chiusura della centrale di Genova e dal forte ridimensionamento di quella di Vado Ligure, la produzione extra oggi necessaria è richiesta dalle regioni del Nord Ovest. Mise e Terna, insomma, non hanno indicato Genova e Chivasso a caso.

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In un primo momento Enel e A2A hanno dato l’ok. Enel, in particolare, ha ricevuto un carico di 12mila tonnellate di carbone ad Ancona, di cui oltre 8mila sono state dirottate immediatamente verso Bastardo. Le restanti 3.000 sono rimaste sulla nave, ferma diversi giorni nel porto marchigiano: pareva che il nolo non remunerasse un viaggio verso Genova. Alla fine il carico è partito, ma la quantità è irrisoria. Gli ambientalisti minacciano guerra ed Enel non rilascia dichiarazioni. Cosa succede? Alcuni operatori cominciano a sentire odore di ripensamento. Diverse fonti fanno notare che Starace ha investito molto nel veicolare un’immagine di a.d. alla guida di una nuova Enel ambientalmente compatibile. Suo è il programma di chiusura di 23 impianti obsoleti e inquinanti in Italia. In primavera scatteranno i rinnovi dei vertici di una serie di gruppi pubblici, da Cdp a Leonardo. Si dice che la conferma di Starace a capo di Enel non sia scontata ed è facile intuire come il caso Genova rappresenti per il green manager una grana che eviterebbe volentieri.
Tanto più che non è chiaro se per tornare in attività qualche mese la centrale di Genova abbia o no bisogno di una deroga per le emissioni. In base all’Aia del 2013 modificata nel 2015, al momento l’impianto avrebbe ancora 2.000 ore di funzionamento in deroga autorizzate (circa 200 giorni di attività). E se alla fine si decidesse che riaccendere Genova non è opportuno, che fine faranno le tremila tonnellate di carbone appena sbarcate in porto? «Possono tranquillamente essere dirottate sulla centrale della Spezia, anche via terra», fa notare un operatore.

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