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Ancora troppi rischi dal trattamento dei dati personali

Roma - La condivisione di intelligence e informazioni sensibili sui cittadini tra Stati è priva di regolamentazioni adeguate, e ciò può aprire la porta a possibili abusi dei diritti umani.

Roma - La condivisione di intelligence e informazioni sensibili sui cittadini tra Stati è priva di regolamentazioni adeguate, e ciò può aprire la porta a possibili abusi dei diritti umani. Anche perché questo genere di attività si è evoluta con la crescita di nuove tecnologie di sorveglianza, che permettono ai governi di raccogliere, conservare e condividere vaste quantità di informazioni personali, inclusi dati raccolti attraverso tecniche di sorveglianza di massa. Inoltre gran parte degli accordi di intelligence sharing sono segreti e la maggioranza dei Paesi non hanno una regolamentazione interna adeguata.
È quanto sostiene un rapporto appena pubblicato dalla ong britannica Privacy International, con la collaborazione di altre 40 ong partner, che hanno analizzato 42 diversi Paesi (inclusa l’Italia, dove sono state coinvolte le associazioni Cild - Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, e il Centro Hermes per la Trasparenza e i Diritti Umani Digitali). Il progetto rientra in una campagna che punta a rendere più trasparenti le pratiche di condivisione di intelligence fra Stati e a incoraggiare un maggior controllo su queste attività dagli organi deputati alla vigilanza. Organi a cui erano state inviate delle domande di chiarimento da parte delle ong. Il risultato di quetsa analisi (intitolata “Secret Global Surveillance Networks: Intelligence Sharing Between Governments and the Need for Safeguards”) è preoccupante, scrive Privacy International.

Infatti le risposte, arrivate solo da 21 organi di vigilanza (l’Italia non è fra questi, cioè il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, non ha mai risposto), mostrano che: - la maggior parte dei Paesi non hanno una legislazione nazionale che regoli le attività di condivisione dell’intelligence fra Stati - per 9 dei 21 organi di vigilanza (che hanno risposto) non esiste una legge che obblighi le agenzie di intelligence a informarli su questo genere di accordi fra Stati; altri 9 dicono di avere invece accesso a tali informazioni - nella maggior parte dei Paesi il processo per autorizzare la condivisione di intelligence aggira le autorità indipendenti e gli organi di vigilanza. Secondo Privacy International, senza adeguate salvaguardie, le attività di intelligence sharing fra Paesi possono diventare un modo per aggirare le proprie leggi e garanzie a difesa dei diritti e della privacy dei cittadini, dando la sorveglianza in outsourcing a Stati alleati. Per questo è necessario che ci siano chiari meccanismi di controllo. Che in questo momento latitano.

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