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«Impianti precari, Roma decida presto su Ilva»

Genova - Le parole di Luigi Di Maio sull’Ilva, pronunciate venerdì in un’aula di Montecitorio semideserta, lasciano i sindacati in uno stato di angoscia. «I lavoratori sono terrorizzati, a Taranto come a Genova», dichiara la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David

Genova - Le parole di Luigi Di Maio sull’Ilva, pronunciate venerdì in un’aula di Montecitorio semideserta, lasciano i sindacati in uno stato di angoscia. «I lavoratori sono terrorizzati, a Taranto come a Genova», dichiara la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David. «Basta a questo assurdo scaricabarile», sbotta il suo omologo della Fim-Cisl, Marco Bentivogli; mentre Rocco Palombella, il segretario generale della Uilm, avverte: «Gli stabilimenti oggi sono in una situazione impiantistica precaria, e se si ferma Taranto anche Genova non riceverà più i coil (i rotoli di lamiere pronti per la lavorazione ndr) e si fermerà».


«LO STATO DIVENTI GARANTE»

Palombella chiede di finirla con «questo contrito film con protagonisti il presidente della Puglia, il ministro Di Maio e il suo predecessore Calenda. La situazione è drammatica, la gente non ha più fiducia in nessuno». Per ripristinare la fiducia, la Fiom rilancia una sua proposta: «È ora di entrare con denaro pubblico, attraverso Cassa depositi e presiti, nella proprietà del gruppo Ilva» dichiara Re David. «In questo modo lo Stato potrà fare da garanzia». Cassa depositi e prestiti era già in una cordata in gara per l’acquisizione di Ilva, bocciata però nel giugno ’17dal governo in favore di ArcelorMittal. L’allora segretario Fiom, Maurizio Landini, l’aveva chiosata con una battuta: «Penso sia l’unico esecutivo al mondo che riesce a perdere quando entra in partita».


BENTIVOGLI (FIM): «BASTA RIMPALLI»

L’Ilva di Taranto, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, ha una produzione fra i cinque e i sei milioni di tonnellate d’acciaio l’anno e un organico di 13.800 dipendenti, senza contare l’indotto di decine di imprese: «E più passa il tempo, più le ditte dell’indotto licenziano», ricorda Bentivogli. Il segretario della Fim trova pretestuosa la decisione del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico di chiedere un parere all’Avvocatura dello Stato. «Assistiamo da troppo tempo a continui rimpalli di responsabilità. Ha cominciato il presidente della Regione Puglia ricorrendo al Tar e sabotando ogni passo avanti. Ora, dopo 14 mesi dall’aggiudicazione della gara, e dopo che l’Agenzia nazionale anti-corruzione (Anac) ha rilevato qualche criticità, diventa sempre più concreto il pericolo di un annullamento della gara. Vorrei però ricordare che in base alla legge, eventuali irregolarità non bastano ad annullare la gara, solo l’amministrazione può deciderlo. Il governo deve capire che governare significa assumersi delle responsabilità».


L’ANAC E LE VERIFICHE DEL MINISTRO

Riferendo in parlamento venerdì mattina, Di Maio aveva definito la gara con cui nel giugno 2017 il governo Gentiloni assegnava l’Ilva al colosso indiano-lussemburghese ArcelorMittal «un pasticcio». Il giorno prima, l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, in una lettera di sette pagine, rilevava una serie di criticità nella gara d’appalto, concludendo comunque che le irregolarità non possono portare di per sé ad un annullamento. Ieri il ministro ha ribadito di voler «garantire che tutto sia in regola» e di avere per questo avviato «una procedura interna per le verifiche». Ha accusato il governo precedente, che ha «avuto cinque anni per affrontare il tema dell’Ilva» salvo poi dire che il suo obiettivo non è «andare contro il governo precedente, ma ...fare in modo che tra tre anni non ci si ritrovi con gli operai sotto il ministero». L’ex ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda prevede che alla fine non accadrà «assolutamente niente» e in un’intervista al Tgcom24 dichiara: «Di Maio sta facendo solo cinema».

TOTI A DI MAIO; «NUOVO ERRORE POTREBBE ESSERE FATALE»
«Caro ministro, anche io penso che l’Italia debba cambiare profondamente, nei prossimi anni, il proprio modello di sviluppo, puntando molto di più sul turismo, la logistica, la ricerca e la tecnologia, la cultura, le produzioni di qualità, l’agricoltura. Ma questo non vuol dire che oggi possiamo permetterci di mettere a rischio il futuro dell’Ilva». Lo scrive su Facebook il governatore ligure, Giovanni Toti, rivolgendosi al vice premier e ministro dello Sviluppo Economico: «Su questa azienda si è sbagliato molto nel passato, un nuovo errore potrebbe essere fatale - sottolinea Toti -. La chiusura di Ilva sarebbe un disastro per tutti: per i cittadini chiamati a pagarne le spese (almeno 2,5 miliardi di euro nelle prossime finanziarie) per i lavoratori (almeno 15 mila in cassa integrazione e molte migliaia lasciate a casa dall’indotto) per il Paese, la seconda potenza manifatturiera del continente e la settima del mondo, costretta a dipendere per l’acciaio necessario alla sua industria da altri stati: Cina, India, Usa o nella migliore delle ipotesi dalla Germania. In un’epoca di dazi e guerre commerciali non sembra una buona idea. Quindi basta incertezze - conclude il presidente di Regione Liguria - Si migliori quel che si può nella trattativa in corso e si proceda a far ripartire a pieno ritmo l’azienda, da cui dipende un punto percentuale della crescita (già scarsa) del nostro Paese. Ogni altra ipotesi, ancorché suggestiva, rischia di costare davvero cara a tutta l’Italia».

FIOM GENOVA: «IL GOVERNO INVESTA PER RILANCIARLA»
«Il governo prenda in mano la situazione: investa sull’Ilva e metta su un gruppo di dirigenti capaci in modo da rilanciarla e poi rivenderla visto che se sarà necessario rifare una gara ci vorranno comunque parecchi mesi». È l’esortazione della Fiom genovese al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio dopo i rilievi sulla gara vinta da Mittal Mittal per l’acquisizione dell’Ilva sollevati dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone: «Già nel 2012 l’allora commissario Enrico Bondi - ricorda il segretario della Fiom Bruno Manganaro - aveva in mente questa strada e l’aveva intrapresa finché non venne silurato da Renzi. E così l’Ilva che allora valeva otto-nove miliardi di euro oggi rischia di essere svenduta a meno di 2. Mittal ha al momento tutte le carte in mano grazie al comportamento del precedente Governo: può comprarla alle sue condizioni oppure lasciarla ferma mentre continua ad acquisirne clienti e sapendo che in questa situazione non sarà facile trovare un’alternativa».

Un quadro non semplice che sta suscitando anche vari attacchi nei confronti del governo: «Evidentemente il governo si trova in difficoltà a causa del lascito dei predecessori - dice Manganaro - ma la cosa più vergognosa è stata venerdì quell’aula vuota del Parlamento di fronte a cui ha parlato Di Maio». Per la Fiom «la proposta di Mittal resta irricevibile, qualunque Governo intenda proporla perché come si può vedere anche dall’ultima nota dell’azienda se c’è qualche apertura sulla parte ambientale non una parola ancora una volta viene detta sull’occupazione e 4.000 esuberi di cui 600 a Genova per noi sono inaccettabili. Faremo di tutto per impedirlo».

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