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«Carige? Compatibili ma non trattiamo» / INTERVISTA

Genova - Giampiero Maioli, Crédit Agricole Italia, parla della strategia di crescita del gruppo. Il manager: «Seguiamo l’evoluzione del mercato e continuiamo a investire».

Genova - «Questo gruppo coniuga la grande dimensione alla conoscenza del territorio. Ricordo ancora quando chiesi al presidente del Crédit Agricole di Bordeaux quanti erano i produttori di ostriche della zona e lui rispose dandomi il numero preciso e il nome dei quattro che non erano clienti della banca: fu musica per le mie orecchie». Giampiero Maioli, classe 1956, responsabile del Crédit Agricole per l’Italia, è quanto di più contiguo all’industria si possa immaginare per un manager che ha percorso tutta la sua carriera nelle banche, dal Credito Emiliano alla Chemical Bank sino all’ingresso, nel 1992, in Cariparma. «Se penso che in banca non ci volevo nemmeno entrare - ricorda lui del suo inizio al Credem - andavo in visita dai ceramisti, rimanevo affascinato dal prodotto, ero convinto che la banca sarebbe stata un’occupazione transitoria». Poi le cose sono andate diversamente, ma la fascinazione per la manifattura è rimasta e questo spiega perché Maioli goda della stima di Vittorio Malacalza, industriale dell’acciaio e della tecnologia, oggi primo azionista di Carige.

Lei e Malacalza avete lavorato insieme quando l’ingegnere era consigliere di amministrazione in Carispezia. Qualcuno ha pensato che il primo azionista di Carige potesse affidare a lei la guida della banca ligure: indiscrezione smentita.

«Non sono mai stato in corsa, ma conosco Vittorio Malacalza e ho grande stima di lui come imprenditore. Sono un suo supporter, sono convinto che farà il bene della banca e della città».

Nel 2015 il gruppo Crédit Agricole in Italia ha prodotto 455 milioni di utili con 123 miliardi di raccolta, 61 miliardi di impieghi e 3,3 miliardi di ricavi.

«Siamo un gruppo federale presente sul territorio come banca commerciale (Carispezia, Friuladria e Cariparma), ma anche servizi finanziari (Agos, Fca Bank), assicurazioni, l’asset management di Amundi. La nostra forza sta nel tenere insieme dimensione e territorialità».

Era il 2007 quando Crédit Agricole rilevò da Intesa la maggioranza del gruppo.

«Da allora abbiamo prodotto 2 miliardi di utili, con nessun trimestre in rosso, senza mai chiedere aumenti di capitale se non per operazioni di acquisizione».

Prima di essere acquisita Carispezia archiviò il 2010 in rosso. Il 2015 è stato chiuso con 27 milioni di utile.

«Il perimetro di Carispezia è stato accresciuto con il passaggio di 16 filiali Cariparma e con l’apertura di diverse filiali a Genova, Savona e Imperia. Nei prossimi 4 anni investiremo nel gruppo altri 550 milioni, contiamo di procedere a 600 assunzioni: parte di queste iniziative riguarderanno la Liguria, territorio per noi strategico perché ha potenzialità di crescita».

Allora perché non aggregarsi con Carige? È compatibile con Crédit Agricole?

«Dal punto di vista industriale Carige è una delle banche compatibili con noi, ma al momento non pensiamo ad aggregazioni. Stiamo cercando di capire come evolve il mercato, considerando anche la riforma delle popolari e del credito cooperativo. Il settore sta attraversando un momento difficile, occorre comprenderne l’evoluzione e le prospettive. Al momento la nostra attenzione è rivolta alle Sgr e al private banking».

La marginalità è una delle spine nel fianco del settore. Come si fanno utili?

«I costi vanno compressi e tenuti su livelli compatibili, ma è importante creare ricavi stabili e durevoli e continuare a investire».

La fiducia dei risparmiatori nel sistema si è molto erosa. Colpa del bail-in, delle 4 banche salavate?

«Un tempo la banca era la banca, punto. Ora occorre ragionare sul fatto che c’è banca e banca, come in tutte le cose. Il bail-in, il fatto che una banca possa andare in liquidazione o addirittura fallire ancora non è stato assimilato. Inoltre, un tempo tutto ciò che era territoriale era vissuto come indicatore positivo, mentre adesso viene percepito come poco trasparente e dunque genera diffidenza. Non a caso stiamo lavorando a un upgrade del marchio capace di dare maggiore risalto all’appartenenza a una realtà grande e solida come il Crédit Agricole, che vanta un rating A2 di Moody’s. Il gruppo Cariparma ha un rating A3, il più alto del settore bancario italiano».

Le perdite patite dai titoli bancari in Borsa?

«C’è stato a livello globale un movimento generato dal crollo del prezzo del petrolio, dall’ulteriore calo dei tassi e dal rallentamento della Cina; ma in Italia il fenomeno è stato accentuato dalla paura e dal livello delle sofferenze».

Le banche italiane hanno livelli di crediti deteriorati più alti di quelle europee?

«L’Italia ha perso nove punti di Pil dal 2008 e il sistema bancario italiano ha retto l’urto con le proprie forze. Il problema non sono le sofferenze, ma le coperture apparentemente inferiori. Le garanzie reali, le ipoteche sugli immobili, pesano molto in Italia: il punto sono i tempi, se si chiede di smobilizzare tutto subito è chiaro che si perde, ma se c’è tempo per rientrare le sofferenze possono essere smaltite».

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