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Bagnasco: «Italia, manca una visione industriale»

Genova - «Ecco, bene». Il cardinale Angelo Bagnasco legge le poche righe battute dalle agenzie con le dichiarazioni rilasciate da Aditya Mittal e annuisce. Secondo l’arcivescovo di Genova la via del dialogo e del confronto, «sino allo strenuo», è infatti quella da percorrere per portare la vertenza Ilva fuori dalle secche

Genova - «Ecco, bene». Il cardinale Angelo Bagnasco legge le poche righe battute dalle agenzie con le dichiarazioni rilasciate da Aditya Mittal e annuisce. Secondo l’arcivescovo di Genova la via del dialogo e del confronto, «sino allo strenuo», è infatti quella da percorrere per portare la vertenza Ilva fuori dalle secche e salvare quanti più posti di lavoro possibile. «Perché - ricorda - se non c’è lavoro, non c’è famiglia e non c’è progetto di famiglia, in particolare per i giovani ed è inutile raccontarsi che ci si può reinventare, perché poi occorre vedere se in concreto ci sono le condizioni per farlo. L’ho detto e l’ho scritto in più occasioni (e quindi non mi riferisco in particolare a questo governo) mi chiedo se in questo paese ci sia una visione industriale».

Secondo il governo anche tamponare grandi emergenze come questa è un modo di fare politica industriale.

«Ma le emergenze non possono far parte di un piano industriale. Poi gli incidenti sono sempre possibili, però è un’altra cosa. E questa logica che va avanti da decenni di affidarsi a gruppi stranieri mi fa venire molti interrogativi. Perché non è possibile che in una visione industriale di medio e lungo termine non si prenda seriamente in considerazione che quando la testa va lontano il corpo poi si indebolisce. È quasi una legge fisica».

Nei mesi scorsi ha dichiarato che «non bisogna consegnarsi con fatalità alle multinazionali». Pensava già a Ilva e a Mittal?

«La mia era una considerazione di carattere generale, di cui però sono molto convinto. Perché mi sono sempre chiesto se questa dinamica in atto ormai da anni, e che porta a non tenere in considerazione le singole realtà, le fabbriche localizzate nei territori, di cui inevitabilmente i gruppi stranieri non possono avere una visione piena, sia così inevitabile o fatale. Personalmente penso di no, ma non sono un tecnico per cui non saprei indicare strade alternative».

Non sarà un tecnico, ma la realtà di Cornigliano la conosce bene. Cosa pensa degli ultimi sviluppi?

«La situazione è molto delicata. Qui sono due gli elementi che vanno tenuti presenti: da un lato l’annuncio dei 600 esuberi, che giudico molto preoccupante, e dall’altra la realtà del sito industriale che indubbiamente è un impianto moderno, con attrezzature di ultima generazione ed un’alta produttività».

Un intervento così duro insomma non si giustifica?

«Faccio fatica a mettere insieme questi due elementi. Credo invece che a Genova si debba puntare a implementare la produzione. La lavorazione della banda stagnata in questo impianto avviene in maniera molto efficiente e mi par strano che la si voglia ridurre così tanto».

Si parla di un calo progressivo.

«Sì, ma a vantaggio di cosa? Non l’hanno spiegato: il rischio è lasciare il certo per l’incerto».

Ma l’accordo di programma che garantiva occupazione e salariali: Mittal l’ha dimenticato?

«Speriamo che non lo sia di fatto. Però adesso i dati sono questi, e si tratta di dati certamente preoccupanti per le persone coinvolte e le loro famiglie a cui la chiesa genovese è sempre stata vicina facendo del suo meglio, come continuerà a fare anche in futuro. Così come credo che tutta la città sia partecipe di questa situazione che crea un disagio sociale tanto forte».

Quindi bisogna «continuare allo strenuo dialogo e mediazione» come ha detto l’altro giorno?

«Questo è fuori dubbio. E sono certo che grazie all’esperienza dei sindacati e alla lungimiranza, al buon senso e alla capacità del governo, si troveranno soluzioni condivise. Tanto più alla luce di queste ultime dichiarazioni di Mittal che sono brevi, sono piccole, ma sono certamente significative. Esprimono una volontà di dialogo, non certo di rottura».

L’intervento del governo che ha dato l’altolà a Mittal quindi lo valuta positivamente?

«Decisamente».

Non pensa anche lei che altri Paesi, a cominciare dalla Francia, siano più determinati nel tutelare le loro imprese?

«Frequentando l’Europa vedo che ogni Stato, a cominciare dai più grandi e i più forti, ha un senso di responsabilità e un occhio particolare sulle proprie imprese. Mi sembra doveroso».

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