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Ghini (Uil): «Il caso Stx-Fincantieri una lezione francese all’Italia» / INTERVISTA

Genova - «Ilva a Cornigliano? La siderurgia è la priorità assoluta. Ma non possiamo escludere a priori altre opzioni. La stessa Mittal ha attività extra-siderurgiche. Genova e la Liguria non possono chiudere le porte all’artigianato, alla ricerca, alla tecnologia».

Genova - «Senza una programmazione, una visione del futuro, questo territorio muore. È da qui che dobbiamo partire per sfruttare la ripresa economica, che già si fa sentire, e le grandi opportunità che arriveranno dal bacino mediterraneo». Mario Ghini lo ribadisce più volte nel corso di questa intervista. “Progettualità” e “sistema” sono, per il segretario generale della Uil Liguria, espressioni-chiave dalle quali lo sviluppo del territorio non può prescindere. L’attualità, però, è fatta anche di timori, di preoccupazioni.

Segretario, partiamo dal caso Ilva. Si aspettava una svolta del genere?

«Guardi, la mia sensazione è che a Roma “ci hanno provato”, per dirla in soldoni. Qualcuno ha detto che la famosa lettera era stata sottovalutata dal governo. La verità è che Calenda ha tirato il freno solo quando si è trovato di fronte alla reazione dei lavoratori. È stato un fatto molto grave. Un’entrata a gamba tesa senza, peraltro, la minima cognizione del piano industriale. Seicento esuberi a Genova, per chi ha masticato un po’ di industria, vorrebbero dire la chiusura di una linea di zincatura o, in alternativa, la rinuncia agli investimenti sul decapaggio».

Piano per voi irricevibile, in ogni caso.

«Mi fa sorridere l’ipotesi di impiegare, a Genova, una parte di forza lavoro nell’ambientalizzazione. Un percorso del genere ha senso a Taranto, dove si passerà da 6 a 9 milioni di tonnellate di produzione, e nel frattempo si dovrà bonificare l’area. Ma a Cornigliano quei 600 posti sarebbero persi, questo deve essere chiaro».

Proprio in questi giorni si sta pensando di riallocare a Cornigliano il polo petrolchimico.

«Una proposta casuale? Io dico di no. Del resto, che l’accordo di programma fosse in costante discussione lo sapevamo da anni. Lo aveva detto la ministra Guidi, lo ha ribadito la sottosegretaria Bellanova. Quello che la Uil pretende è che non siano persone terze a decidere cosa fare su quelle aree. Genova ha pagato a caro prezzo quell’accordo, abbiamo perso 1.000 posti di lavoro e centinaia di persone sono state messe in cassa integrazione. Oggi noi diciamo che il cambiamento ci può essere, ma solo al termine di un processo in grado di portare occupazione».

La vostra posizione sull’accordo di programma, quindi, non è radicale?

«Attenzione: quell’accordo è valido e non si tocca. Ma se deve essere messo in discussione, ripeto, rivendichiamo il diritto di essere protagonisti. Grazie a quell’intesa, oggi è tutelato anche chi è fuori dal ciclo produttivo. Quando troveremo una soluzione definitiva per queste persone, solo allora l’accordo non avrà più senso».

Crede in un futuro anche non siderurgico, per questi lavoratori?

«La siderurgia è la priorità assoluta. Ma non possiamo escludere a priori altre opzioni. La stessa Mittal ha attività extra-siderurgiche. Genova e la Liguria non possono chiudere le porte all’artigianato, alla ricerca, alla tecnologia».

A proposito di tecnologia: il caso Ericsson è ancora una ferita aperta per la città.

«È la dimostrazione che in Italia manca una strategia di politica industriale. Oggi tutti i paesi, europei e non solo, difendono a proteggono le telecomunicazioni. Pensiamo al caso Vivendi, per restare nell’attualità. Qui, invece, ci troviamo di fronte a una multinazionale che licenzia via email, a migliaia di chilometri di distanza, lavoratori e lavoratrici senza neppure il coraggio di guardarli in faccia. E che, incredibilmente, rifiuta ogni confronto con le istituzioni. Credo che la Francia, con la vicenda Fincantieri, ci abbia dato una grande lezione. Forse anche noi abbiamo iniziato a capire che i settori strategici dell’industria vanno tutelati».

Il governo ha scelto la strada del golden power per evitare la cessione di una parte di Piaggio Aerospace.

«E ha fatto bene, per due motivi. Anzitutto perché quello dell’aviazione militare è un settore strategico. In secondo luogo perché, come sosteniamo da sempre, la vendita “a pezzi” dell’azienda è la scelta più pericolosa. Piaggio è un’azienda in difficoltà, ne siamo consapevoli, ma proprio per questo va trascinata fuori dalle sabbie mobili e non affondata».

Quanto è preoccupante, invece, la situazione di Bombardier?

«Parliamoci chiaro: in questo caso è la Regione che deve fare la sua parte. Ha investito 500 milioni in nuovi treni, è impensabile che non faccia lavorare un’azienda seria, blasonata e con i conti a posto come Bombardier».

La Liguria, quindi, può contare su un futuro industriale?

«Certamente. Ma per farlo deve riuscire a mettere a sistema porti, industria e turismo. Deve dimostrare di sapere programmare investimenti e scelte strategiche. Faccio un esempio: è senz’altro un’ottima notizia l’aumento di collegamenti aerei da Genova, ma se la città non riesce a collegarsi al “Colombo” l’investimento rischia di essere vano. A volte si ha la sensazione che alla classe imprenditoriale, e non solo a quella politica, manchi un po’ di intraprendenza».

È un appello agli industriali?

«Diciamo che questo territorio eccede in prudenza. Invece io credo che tutti debbano mettersi in gioco, e magari smettere di piangersi addosso, perché questa partita si vince facendo squadra. Il sindacato la sua parte la farà, questo posso garantirlo».

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