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L’Egitto al voto senza scelta per rieleggere Sisi / FOCUS

Il Cairo - Il voto si stiracchierà per tre giorni con il chiaro fine di favorire l’affluenza alle urne, unico motivo di interesse di queste presidenziali.

Il Cairo - La foglia di fico è troppo piccola e il faraone che per altri quattro anni guiderà il più popoloso stato arabo, pietra angolare del Medio Oriente, è praticamente nudo: le elezioni che da domani si svolgeranno in Egitto contrappongono al presidente Abdel Fattah Al Sisi uno sfidante tanto debole che la tornata assomiglia più a uno stanco plebiscito di ratifica che non ad una competizione di candidati. Un qualcosa insomma di già visto di recente ad altre latitudini.

Il voto si stiracchierà per tre giorni con il chiaro fine di favorire l’affluenza alle urne, unico motivo di interesse di queste presidenziali: dovranno in pratica saggiare quanto è rimasto della popolarità del “rais” che era salita al 97% (a fronte di un 47% di votanti) alla tornata del 2014. Quell’elezione aveva suggellato la rivoluzione popolar-militare guidata l’anno prima proprio dall’allora generale Sisi per evitare che l’Egitto si trasformasse in un’enorme Gaza sotto i Fratelli musulmani, da una cui costola nacque Hamas. A sfidare, ma suona come un’iperbole, Sisi quest’anno c’è un leader di partito poco noto, Moussa Mostafa: ha fatto presentare la candidatura «due minuti» (è cronaca, non metafora) prima della chiusura delle porte della Commissione elettorale e si è visto poco pure in campagna elettorale. Ha avuto risalto per aver detto «non sono una marionetta» in dichiarazioni al Guardian, il quale ha notato l’assenza di suoi striscioni elettorali pure davanti alla sede del suo stesso partito. Il volto di Sisi è invece quasi onnipresente. Due militari che avevano provato a candidarsi - riflesso, secondo il New York Times, di una guerra interna agli apparati egiziani come ai tempi dei mamelucchi - sono stati arrestati.

Altri tre potenziali candidati si sono ritirati lamentando pressioni e intimidazioni: il nipote dello storico presidente Anwar Sadat ha sostenuto di non aver nemmeno trovato stamperie disposte a preparargli il materiale di propaganda. Il governo ha replicato che gli arresti sono legittimi e i ritiri frutto di disorganizzazione. Il Financial Times ha visto però in Egitto un’applicazione del metodo usato dal presidente russo Vladimir Putin per liberarsi degli avversari politici. Organizzazioni per la difesa dei diritti umani e civili denunciano migliaia di arresti di oppositori, islamici ma anche laici, e l’oscuramento di 400 siti di media e ong rilevato dall’Onu rende difficile seguirne le sorti o controllare le smentite del governo, che ritiene i casi di tortura solo episodici. Sisi, nella campagna elettorale fatta di discorsi seduto in poltrona all’inaugurazione di grandi opere, ha puntato sulla stabilità restituita a un paese da 100 milioni di abitanti. L’altro punto su cui ha insistito il presidente è l’economia in miglioramento seguendo le ricette del Fondo monetario internazionale che ha prestato 12 miliardi di dollari ma preteso una liberalizzazione del cambio, che ha impoverito il ceto medio, e tagli alle sovvenzioni, che alleviano la povertà in cui vive più di un quarto della popolazione.
Circa 30 mila poliziotti vigileranno sui seggi in un paese minacciato dal terrorismo islamico (proprio giovedì il capo della sicurezza di Alessandria è scampato ad un’autobomba). Ma Sisi ha promesso che la sanguinosa campagna anti-terrorismo iniziata il 9 febbraio porterà presto una vittoria sull’Isis, annidato nell’angolo nord-orientale del Sinai.

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