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Germania e Austria mettono il turbo all’economia slovena

Sempre più forte il legame con l’industria dell’Europa centrale: Pil mai così bene dal 2007

DA DIVERSI anni caratterizzata da una vivace congiuntura economica, nel 2017 la Slovenia ha fatto registrare un vero e proprio boom. Il prodotto interno lordo in termini reali è infatti cresciuto del 5%, facendo così segnare il miglior risultato dal 2007. Tra l’altro, l’anno che si è appena chiuso è andato in crescendo con l’ultimo trimestre, in aumento del 6,2% rispetto allo stesso periodo del 2016.

A trainare l’economia di Lubiana è stato l’export, che a sua volta ha beneficiato della ripresa di tutto il Vecchio Continente: nei 12 mesi il balzo delle esportazioni è stato del 10,6%.

Il progresso della domanda interna è stato più contenuto, chiudendo comunque con un ottimo +4%.

Il punto di forza della Slovenia resta dunque la sua crescente integrazione nei processi produttivi di Germania e Austria: il piccolo Paese vanta tre settori di eccellenza in campo produttivo ampiamente utilizzati dai vicini di lingua tedesca, come la produzione di motori per auto, di macchinari e di farmaci. Queste tre industrie rappresentano circa la metà dell’export sloveno, ed è grazie a loro se il surplus delle partite correnti viaggia stabilmente al 7,5% dell’intero prodotto interno lordo.

La restante quota va in capo all’industria siderurgica a quella del legno e dell’arredamento. Il buon momento della Slovenia dovrebbe proseguire anche nel 2018. Secondo le stime di Erste Group, il Pil dovrebbe aumentare di un altro 4,5%, una stima rivista al rialzo dal precedente 4%.

Gli analisti dell’istituto austriaco hanno giustificato questa valutazione indicando le «robuste performance» del Pil» nel 2017, e «l’ottimo andamento delle esportazioni», che hanno mantenuto il loro ruolo positivo nella crescita, ma anche il «rafforzamento della domanda interna». Quest’ultima sta traendo beneficio dal calo della disoccupazione, che sempre secondo le stime di Erste Group, continuerà a scendere, dal 6,8% del 2017 al 6,3 del 2018 fino al 5,8% del 2019.

Risulta infine essere in via di risoluzione anche il maggior problema dell’economia slovena, le sofferenze del sistema bancario. Dopo aver evitato il fallimento nel 2013 grazie all’intervento dello stato, gli istituti del Paese hanno iniziato a smaltire i crediti deteriorati, con una decisa accelerazione nel 2017.

Nel settembre scorso Moody’s ha alzato la propria valutazione su Lubiana da Baa3 a Baa1 (con previsione passata da “stabile” a “positivo”), a conferma del miglioramento delle finanze pubbliche.

Secondo l’agenzia di rating, la Slovenia ha implementato importanti riforme nel settore bancario, in quello giudiziario e nel campo dell’amministrazione pubblica. La crescita economica e i relativi progressi sul fronte fiscale dovrebbero consentire un miglioramento delle finanze statali anche nei prossimi (di qui l’outlook “positivo”). Nel 2016 il rapporto deficit-Pil è sceso all’1,8% e nel 2017 dovrebbe esser diminuito ulteriormente allo 0,8%. Qualche incertezza in più c’è sul fronte politico: alle elezioni politiche che si terranno ad inizio giugno (il giorno preciso non è ancora stato deciso) il Paese arriverà con un primo ministro dimissionario.

Il premier Miro Cerar ha infatti di recente annunciato le proprie dimissioni dopo aver preso atto dell’annullamento da parte della Corte suprema del referendum che aveva dato il via libera a un ambizioso progetto ferroviario sulla tratta Divaccia-Capodistria, sostenuto dal governo di centrosinistra.

Il presidente della Repubblica, Borut Pahor, ha deciso di non nominare alcun primo ministro incaricato di formare un nuovo governo, spiegando che «quando la legislatura è praticamente alla sua scadenza, sforzarsi di eleggere un nuovo presidente del governo non è né sensato, né necessario».

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