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Sul futuro di Carige la distanza tra Mincione e Malacalza diventa incolmabile

Genova - Mincione: «Il valore potrebbe triplicare in caso di vendita».

Genova - Quale sarà il futuro di Banca Carige lo ha ribadito, senza entrare troppo nei dettagli, l’amministratore delegato Paolo Fiorentino a margine dell’ultima assemblea dei soci: «Nel nostro settore è in atto, ed è inesorabile, un processo di consolidamento. Non mi aspetto che Carige possa permettersi di rimanere fuori da questo processo che, secondo me, genera valore per sia per i territori che per gli azionisti».

Del fatto che la banca debba essere venduta “senza se e senza ma” pare invece essere convinto Raffaele Mincione, il finanziere romano entrato nella lista dei soci con il 5,4% e prossimo a salire al 9,9%. Con un linguaggio decisamente meno diplomatico di Fiorentino, Mincione ha dichiarato al Corriere della Sera che «Malacalza deve avere l’umiltà di capire che bisogna fare parte di un gruppo più grande». Dopo avere ribadito la piena sintonia con Fiorentino (un feeling emerso in tutto il suo clamore proprio in occasione dell’assemblea, con la decisione di Mincione di votare a favore del bilancio e “proteggere” l’ad dall’attacco proprio dei Malacalza), il terzo socio di Carige ha spiegato al giornale milanese che la banca ligure «potrebbe valere il doppio o il triplo di oggi. Come? Accettando di essere comprati». Parole che, c’è da scommetterci, devono essere state accolte tutt’altro che serenamente dalla famiglia Malacalza, che diversi osservatori indicano come prossima a salire al 28%.

A dispetto degli auspici di Fiorentino («Mincione parla lo stesso linguaggio degli altri soci: insisto nella mia raccomandazione, sarebbe meglio che si parlassero»), la distanza tra la strategia del primo socio e quella dell’ambizioso investitore con base a Londra sembra essere diventata incolmabile. La richiesta di Mincione di essere adeguatamente rappresentato nel board è rimasta inascoltata, e la sua insistenza nel ricordare l’appoggio a Fiorentino («l’ho incontrato e lo sostengo», ha insistito ieri) non può che essere letta come una nuova presa di distanza dagli obiettivi più conservativi dei Malacalza. «È fuor di dubbio che parlare in modo tanto esplicito di “banca in vendita” non contribuisca a rasserenare l’ambiente genovese», faceva notare ieri una fonte finanziaria.

Nell’ultimo mese intanto la banca ha perso quasi l’8% in Borsa, e in ballo c’è ancora un’obbligazione da qualche centinaia di milioni di euro piazzare sul mercato. Sul fronte della controllata Cesare Ponti, invece, dopo l’interruzione della trattativa con Salvatore Pignataro (già responsabile del private banking della Banca del Fucino, col quale non è stato raggiunto l’accordo per l’incarico di dg, notizia anticipata dal Secolo XIX), è probabile che già nei prossimi giorni ripartano le ricerche del futuro manager.

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