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«Troppo pubblico e pochi privati». Grandi opere, Pechino rivede i piani

Shanghai - Oltre il 60% dei progetti avviati dal 2014 è in mano a imprese locali.

Shanghai - La purga dei “Ppp” è già cominciata. E quando Pechino decide di iniziare una rivoluzione, c’è la certezza che andrà in porto.

Il governo ha varato la revisione totale dei progetti di partnership pubblico-privata (Ppp appunto) che hanno garantito dal 2014 la realizzazione di molte infrastrutture nel Paese. Perché secondo Pechino c’è troppo pubblico e poco privato. Per la Cina è una rivoluzione anche culturale che apre le porte alle imprese straniere e facilita l’ingresso nei grandi appalti che stanno trasformando il volto del Paese. Era l’auspicio espresso, nell’intervista concessa al Secolo XIX/TheMeditelegraph , da Stefano Beltrame, console generale a Shanghai che pensava ad un maggiore coinvolgimento delle aziende italiane nella costruzione di grandi opere in Cina. Porti, aeroporti, strade e ferrovie: sino al 2020 Pechino ha in programma di investire 750 miliardi di dollari. Ad oggi però oltre il 60% dei progetti infrastrutturali avviati dal 2014, è realizzato da imprese cinesi. Taiwan, Hong Kong e Macao si spartiscono le briciole e solo pochi altri paesi sono riusciti ad entrare nel settore delle infrastrutture in Cina.

Troppo poco, anche per il governo: Pechino ha così deciso di aprire le maglie anche per mettere ordine nella giungla delle partnership pubblico-privato. Le imprese locali si sono buttate troppo entusiasticamente nel business, anche quando non ne avevano la competenza. Così molti colossi come Fosun International, azienda che si è sempre dedicata ad assicurazioni, farmaceutica e edilizia residenziale, si sono esposti per miliardi di dollari nei progetti infrastrutturali. Dopo i dubbi degli analisti sulla strategia di “diversificazione drastica”, sono cominciate le operazioni per azzerare i rischi dell’investimento. Sono stati i governi locali in Cina a coprire le esposizioni, trasformando la collaborazione tra pubblico e privato, in un totale investimento statale. Adesso Pechino ha deciso di fermare la spirale e ha incaricato gli uffici competenti di revisionare tutti i 14 mila progetti, che corrispondono ad altrettante opere, così da mettere ordine in quella montagna di denaro che rischiava di sfuggire al controllo centrale.

La rivoluzione porterà Pechino a stringere sui requisiti delle imprese che potranno partecipare alle gare. «Serve più know how e meno improvvisazione» ha spiegato il governo che vuole proteggere le opere anche dalla speculazione. Progettare, costruire e gestire un’infrastruttura, sono compiti che Pechino intende affidare ad imprese che hanno esperienza nel settore. Non è detto che per il mega piano varato dal governo, tutte queste risorse si trovino nel tessuto imprenditoriale cinese. Ecco perchè gli stranieri, compresi gli italiani, si fregano le mani. Ora tocca alla diplomazia costruire la strada giusta per abbattere il muro cinese della protezione e aprire quello della reciprocità. I tempi forse, sono maturi

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