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Carige, Malacalza stoppa l’aumento. Modiano: «Non c’è più tempo»

Genova - La famiglia Malacalza si mette di traverso e frena il piano pensato dall’ad Fabio Innocenzi per Banca Carige, il socio forte dell’istituto genovese non è disposto a diluirsi né a investire di nuovo “al buio”.

Genova - La famiglia Malacalza si mette di traverso e frena il piano pensato dall’ad Fabio Innocenzi per Banca Carige, il socio forte dell’istituto genovese non è disposto a diluirsi né a investire di nuovo “al buio”. «Non è una bocciatura per il cda» sottolinea ma, astenendosi dalla votazione sull’aumento di capitale con il suo 27,5%, fa mancare il quorum (era presente il 40% del capitale sociale) per rimandare la decisione sull’aumento a dopo la presentazione del piano, atteso a febbraio.

Se la bocciatura mette in crisi il piano di risanamento è presto per dirlo, il bond da 320 milioni sottoscritto dal Fondo Interbancario nell’immediato l’ha messa in sicurezza: «Dobbiamo riflettere, ora presidente e a.d devono parlarsi» dicono i vertici al termine dell’assemblea. Una mossa che potrebbe costare molto cara a tutti i soci: «La prima metà dell’operazione comporta un onere di 17 milioni se l’operazione viene approvata nel suo intero che diventano 51,2 all’anno per 10 anni se dovesse essere interrotta da questa assemblea» ha spiegato Innocenzi che per non far naufragare il progetto era disposto anche a vincolare in qualche modo la delega all’aumento. «Non c’è tempo, non si può fare a marzo, ci bocciano, ci ammazzano tutti» si è lasciato andare il presidente di Carige Pietro Modiano, durante una pausa dell’assemblea. Un eventuale futuro aumento di capitale non sarà più garantito e la decisione della Bce e gli outlook migliorati «sono entrambi basati sull’insieme del rafforzamento patrimoniale e non solo sulla prima gamba» spiega Innocenzi ma non basta a convincere Malacalza che «non è contrario per principio» dice ma che dopo aver investito oltre 400 milioni (che oggi valgono in Borsa circa 70 milioni, ndr) non intendono impegnarsi oltre senza prima «fare piena luce sulle vicende e l’operato del precedente management» (un’azione di responsabilità potrebbe arrivare con l’assemblea di bilancio, al termine dell’istruttoria in corso).

I soci di Banca Carige finora hanno sottoscritto aumenti per 2,2 miliardi di euro, tutti bruciati e «le informazioni disponibili non sono sufficienti per sapere se questo avrà la stessa sorte». «Manca il piano industriale - fa notare Malacalza - manca una completa e definitiva stima dell’intero portafoglio crediti, non è dato sapere se l’autorità di vigilanza ha intenzione di svolgere ulteriori assesment sulla banca e imporre ulteriori prescrizioni, non sono noti i risultati di bilancio 2018 e si è ancora in attesa degli obiettivi patrimoniali che saranno dati a Carige nel 2019». Tutto vero, è lo stesso Innocenzi ad ammetterlo che però come contropartita indica: «Non possiamo permetterci di mettere 512 milioni sulle spalle della banca come interessi, un aumento senza garanzia, di rinunciare al capital conservation plan e magari all’outlook positivo». L’aumento era secondo il manager l’unica soluzione possibile «in un sentiero stretto e con tempi che dovevano essere rapidi». «Una banca dedicata al territorio, al risparmio delle famiglie e alla crescita della piccola medio impresa» con un nuovo partner che avrebbe potuto accelerare il percorso di ripresa di valore liberando un “tesoretto” da 2 miliardi di euro. Se si trovasse una banca con modelli avanzati di valutazione del rischio Carige avrebbe molto più capitale a disposizione, circa 500 milioni di euro; potrebbe sfruttare un add on inferiore (quello di Carige al 3,25% pesa per 500 milioni) e beneficiare dei crediti fiscali che valgono oltre 1 miliardo di euro, ha portato come esempi Innocenzi. Questo era il disegno che il manager aveva in mente ma Malacalza, niente ha potuto Mincione con il suo 5%, vuole avere certezze prima di garantire il suo sostegno.

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