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Europoltrone, l’Italia è già in fuorigioco

Bruxelles - La scena è pronta. Non appena le urne saranno chiuse e i risultati noti, i leader delle famiglie più forti del Parlamento europeo - popolari, socialdemocratici, liberali e verdi - daranno il via al grande valzer delle europoltrone

Bruxelles - La scena è pronta. Non appena le urne saranno chiuse e i risultati noti, i leader delle famiglie più forti del Parlamento europeo - popolari, socialdemocratici, liberali e verdi - daranno il via al grande valzer delle europoltrone. Prenderà la parola Manfred Weber, «candidato di punta» di casa Ppe, ovvero dello schieramento che, salvo cataclismi, il 26 maggio risulterà il più votato del continente. Chiederà d’essere indicato alla guida della Commissione Ue, come prevede il copione, ma non è scontato che accada. La partitura da scrivere è complessa e mancano certezze, salvo una: a dirigere l’orchestra saranno Francia, Germania & Friends, senza l’Italia che, delle dodici stelle, vedrà solo la polvere a cui s’è autodestinata.


LO SPITZENKANDIDAT

S’inizia da qui, dal “candidato di punta”. È l’artificio trovato cinque anni fa per creare un legame fra elettori e nominati. Si è stabilito che ogni famiglia politica abbia un nome (i lib ne hanno nove, fra cui Emma Bonino) per la presidenza della Commissione. Chi ottiene più suffragi, vince. Nel 2014 ha funzionato. Si sono imposti i popolari e Juncker - non senza faticare - ha ottenuto Palazzo Berlaymont. Il bavarese Weber, «spitzen» Ppe, spera in un bis, tuttavia non è certo che i governi siano coesi. Ci sono altri candidati e un pacchetto di incarichi da assegnare. Oltre all’esecutivo Ue, per la stagione che si apre: il Consiglio, l’Alto rappresentante per gli Esteri, il Parlamento e la Bce.


EUROCENCELLI

Tutto si dovrà tenere. Risultati elettorali, colore politico, grandi e piccoli Paesi, Sud e Nord, Est e Ovest, uomini e donne. Persino Ernő Rubik, l’inventore dell’omonimo cubo, in visita a Bruxelles ammise di trovare gli intrecci comunitari mai ovvi. Oggi abbiamo Juncker alla Commissione (Ppe, Lussemburgo), Tajani al Parlamento (Ppe, Italia) e Tusk al Consiglio (Ppe, Polonia). È una formazione non replicabile. Troppo Ppe, troppi uomini.Gli appetiti sono più larghi.

Il voto sentenzia che il Ppe è il primo sodalizio europeo. Weber chiede, e ottiene, la Commissione col via libera degli altri capofamiglia politici, Timmermans (Pse) e Verhofstadt (liberali e, se funziona, macroniani), che diventano presidenti dell’Europarlamento per due anni e mezzo a testa, ovvero per mezza legislatura. Il Consiglio non può più essere tedesco - cosa che taglia le ambizioni (celate) di Angela Merkel (Ppe)- come la Bce (addio Weidmann). Serve un Paese piccolo o centro-orientale, gradito a Berlino e Parigi. Nessuno in lizza, al momento.


WEBER NON CE LA FA

Può succedere perché la Merkel scende in campo e si prende il Consiglio. È lo scenario che piace a Juncker che lo ha auspicato in una intervista. Alla Commissione servirebbe un non-Ppe e non tedesco, allora. Detto che l’eccezione potrebbe essere il francese Barnier (Ppe gradito a Macron), ecco che si aprirebbe la strada per il poliglotta Timmermans. In alternativa, si fa il nome della danese Vestager, però ancora priva del sostegno politico necessario. Alla Bce andrebbe un «falco», magari il finlandese Rehn. La carica più alta di Strasburgo potrebbe consolare Weber. Ma siamo arrivati sin qui menzionando solo una donna. Che, a questo punto, non può bastare.


I DESIDERI DELL’ELISEO

Macron vuole la Bce e pensa a Villeroy de Galhau. In cambio, è pronto offrire sponda ai tedeschi su Bruxelles. Se farà il patto coi liberali, il suo parere sarà cruciale per garantire Commissione o Consiglio a un pupillo di Frau Merkel.


LA POLITICA ESTERA

L’alto rappresentante Mogherini ha fatto bene contro la volontà delle capitali. È un posto scomodo che potrebbe piacere a Timmermans. Ma anche al finlandese Stubb (Lib) e allo spagnolo Borrell (Pse). Spariglierebbe la Lagarde, ma non è quello che vuole Macron.


GLI ITALIANI

Sarà interessante scoprire le mosse del governo giallo-verde. Non può puntare su grosse prede, visti i rapporti pessimi con chi tiene il banco. Persino la sedia alla Bce del dopo Draghi sembra ora problematica. Una scelta tecnica (alla Moavero) avrebbe qualche possibilità di ottenere un portafoglio decente in Commissione; una politica, pilotata da Salvini (Fontana? Giorgetti?) meno. Dopo il 26 maggio i sovranisti saranno opposizione e non avranno sconti. Così può darsi che sia il Pd ad avere la meglio. Una vicepresidenza a Strasburgo è quasi sicura, come la guida di una commissione parlamentare (Commercio per Calenda?) o lo stesso gruppo Socdem. Qualcuno sussurra che il gran manovrare macroniano di Renzi abbia un obiettivo europeo. «Il Consiglio», si sente dire. Un boccone troppo grosso di cui è troppo presto per parlare. Intanto le voci girano. Le visioni, meno.

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