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L’emergenza Genova e il tabù dell’autonomia finanziaria / EDITORIALE

Nelle prime bozze, il decreto Genova provava a forzare il grande tabù dei porti italiani: l’autonomia finanziaria, cioè la possibilità di gestire annualmente il 3% di quei 3,2 miliardi di euro pagati ogni anno in termini di Iva dalla merce in transito sulle banchine genovesi.

Nelle prime bozze, il decreto Genova provava a forzare il grande tabù dei porti italiani: l’autonomia finanziaria, cioè la possibilità di gestire annualmente il 3% di quei 3,2 miliardi di euro pagati ogni anno in termini di Iva dalla merce in transito sulle banchine genovesi. Uno scoglio sul quale, complice la resistenza del Mef, si è infranta per oltre 15 anni ogni prova di riforma del sistema portuale italiano. Dietro questo ultimo tentativo c’è il vice-ministro Rixi, che quindi ha mostrato un certo coraggio.

Nel decreto, l’autonomia si è trasformata in stanziamento da 90 milioni, diventati 30 con l’idea di risalire tramite altri fondi (decreto fiscale, manovra, bandi europei) e per più anni. Eppure, specie da dopo la riapertura della ferrovia e l’apertura della strada Superba, il porto ha dato l’idea di tornare a marciare. L’armatore Aponte (che con le sue navi è primo cliente delle banchine italiane) ha promesso di aprire il nuovo terminal di Bettolo in tre o quattro mesi. Il suo concorrente Grimaldi inaugurerà una nuova linea in partenza da Genova la prossima settimana. C’è quindi bisogno di quei soldi? Sì: quelli degli armatori sono segnali di fiducia, che non equivalgono alla fine dell’emergenza. Se le navi sono rimaste le stesse, la merce è scesa. Uno stillicidio denunciato dagli spedizionieri e che sarà palese nel momento in cui saranno rese note (hanno cadenza quadrimestrale) le giornate di lavoro perse dai portuali.

L’economia reale ragiona sulla fiducia e il lungo periodo: i traffici a Genova stavano crescendo perché c’erano (e si spera rimarranno) 6,2 miliardi di lavori sul Terzo valico, altri 200 milioni da cercare per le opere di connessione in Pianura, la promessa di un altro miliardo per la nuova diga foranea - per ricordare le opere “macro”. Genova era cioè un porto dove consolidarsi. Ora sembra appeso a un filo, a una giornata di pioggia, a un incidente che può bloccare tutto. I soldi del decreto non saranno infilati nelle tasche degli imprenditori, ma serviranno a pagare lo straordinario al personale addetto ai controlli per estendere l’orario di apertura dei varchi, a sviluppare i sistemi di automazione, attesi da anni, a regolare il transito dei camion. Per oltre 3 miliardi l’anno garantiti allo Stato, si tratta di un buon investimento.

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