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Pireo, una Londra per il Mediterraneo / ANALISI

Genova- Gli esperti di Ey: «Il porto può accogliere i futuri ammutinati della Brexit»

Genova - Non solo l’iniziativa Belt and Road del governo cinese, ma anche l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea potrebbero portare vantaggi al porto del Pireo. Secondo quanto emerge da un’analisi della società globale di consulenza Ey, tra le carte che il Pireo può giocarsi nei prossimi anni c’è il fatto che «la Brexit potrebbe forzare diverse società greche, oggi con base a Londra, a ricollocarsi nel loro Paese d’origine». Linea che ovviamente Atene batte da tempo: ancora pochi mesi fa il ministro dei Trasporti marittimi, Panagiotis Kouroumblis, ricordava che gli armatori greci controllano il 22% della flotta globale e il 50% di quella Ue, aggiungendo «di essere in contatto con cinque società di brokeraggio assicurativo oggi a Londra, che stanno valutando di spostare le loro sedi in altri Paesi dell’Unione europea». Il possibile ammutinamento dalla City da parte degli armatori greci era già stato ipotizzato una decina di anni fa, con l’affacciarsi delle nuove norme sulla fiscalità applicata ai residenti di nazionalità non britannica. Al netto delle competenze della comunità marittima locale - universalmente riconosciute - i vantaggi del Pireo sarebbero, per gli esperti dell’ex Ernst & Young, la privatizzazione dell’Autorità portuale con una maggiore capacità di investimento - già in parte esplicitata sui progetti di rivitalizzazione delle Riparazioni navali - ma anche la privatizzazione dell’operatore ferroviario Trainose e il fatto che il Pireo, con il terminale container controllato dal gruppo cinese Cosco, è già oggi caposaldo della nuova Via della seta cinese. Tutto questo però secondo Ey non basta: la crisi economica rende il sistema di tassazione non sufficientemente competitivo, così come incerto il quadro normativo; la ricollocazione fuori Grecia di numerose aziende ha impoverito il tessuto industriale, rendendo difficile la possibilità di ancorare le compagnie di navigazione a interessi territoriali. Ancora: con la Brexit molti Paesi hanno già cominciato per tempo a fare campagna acquisti, a partire da Cipro e Singapore. Inoltre, il 56% dei 776 operatori del settore intervistati al Pireo da Ey potrebbe valutare una ricollocazione in un altro Paese, e solo il 9% si è dimostrato totalmente contrario all’ipotesi. Per Ey la prima e più efficace mossa per rendere attraente il Pireo dovrebbe essere una rianimazione dell’associazionismo locale: il settore marittimo rappresenta in Grecia il 12% del prodotto interno lordo (in Italia è il 2%), le aziende del settore si trovano tutte tra il Pireo, Atene e Salonicco, ma il dialogo nella categoria è ritenuto scarso dagli stessi operatori. Ey propone di promuovere un’associazione di cluster, come la Maritime Uk in Gran Bretagna, che possa vendere il Pireo all’estero. A parere degli esperti la piattaforma da cui partire è l’Hemexpo, l’associazione greca degli esportatori e fornitori.

Crisi nera a Gioia Tauro

Tra i porti che hanno fatto le spese della rinascita del Pireo (e della nascita di Tangeri) ci sono gli scali di trasbordo italiani, in primis Gioia Tauro, un tempo il maggior scalo mediterraneo, che chiude il 2017 a -11% (i dati provvisori parlano di 2,5 milioni di teu, superata da Genova come primo scalo italiano) e dove monta la tensione tra il terminalista Contship e il mono-cliente e socio di minoranza Msc, che accusa il gruppo guidato da Cecilia Eckelmann Battistello di aver disatteso gli investimenti promessi (di 22 gru installate ne funzionano solo 10) e mette sotto accusa anche il commissario dell’Autorità portuale, Andrea Agostinelli.

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