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A chi serve davvero la nave autonoma? / EDITORIALE

L’ipotesi di rischio zero rimane un’utopia mentre rimane aperto il tema dell’analisi di rischio e di come di possano effettivamente minimizzare le conseguenze.

Non si può certamente negare che, da quando se ne iniziato a parlare, il tema della nave autonoma non smetta di alimentare il dibattito che ne è scaturito. Oggi non c’è rivista del settore che non dedichi almeno una pagina al tema, con articoli che ci aggiornano costantemente sui progressi dello stato dell’arte e i commenti di illustri autori che dibattono sui vari aspetti, tecnologici e non, di questa che può essere a ragione la grande innovazione del ventunesimo secolo.

Anche il cospicuo numero di convegni internazionali vede una nutrita ed interessata presenze dei vari attori coinvolti, a dimostrazione di una volontà di conoscere più a fondo e dibattere l’argomento.

Del resto, il buon numero di progetti internazionali che vedono la partecipazione di Università, Centri di Ricerca ed alcuni fra i più bei nomi dell’industria navale internazionale e l’intenso lavoro normativo, da parte di Istituzioni come il DNV-GL, il Lloyd’s Register e l’International Association of Lighthouse Authorities (IALA) che stanno lavorando alacremente per stabilire gli standard di riferimento normativo, dimostrano che non siamo di fronte ad un fenomeno passeggero.

In questo scenario molto vivace risalta con una punta di rammarico la mancanza del nostro Paese che, pur essendo ai vertici della cantieristica internazionale, dimostra di avere un’industria nazionale sempre più debole che sempre più spesso passa in mani estere. Dobbiamo quindi accettare questo fenomeno come uno dei “drivers” che guideranno gli sviluppi tecnologici dei prossimi anni.

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