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L’export ad alto valore aggiunto attira i traffici italiani in Cina / IL REPORTAGE

Shanghai - Raccontano tutti la stessa storia: Shanghai cambia pelle molto velocemente. Chi ha già partecipato alla più grande fiera di logistica del mondo, la biennale Transport Logistic China, si stupisce ancora quando trova un gruppo di enormi grattacieli dove solo due anni prima non c’era nulla, o quasi.

Shanghai - Raccontano tutti la stessa storia: Shanghai cambia pelle molto velocemente. Chi ha già partecipato alla più grande fiera di logistica del mondo, la biennale Transport Logistic China, si stupisce ancora quando trova un gruppo di enormi grattacieli dove solo due anni prima non c’era nulla, o quasi.

Ma la cifra di questa megalopoli da quasi 25 milioni di abitanti è la replica: venti, forse trenta, enormi palazzoni tutti uguali, circondati dal verde e da strade infinite, mentre all’orizzonte bucano la foschia gru gigantesche che testimoniano la nascita di interi quartieri. La city avveniristica tutta di vetro contrasta però con gli altri grattacieli che portano male quei 20 anni dalla costruzione e rendono Shanghai, in alcuni scorci, persino una città già invecchiata. Ma tutto cambia velocemente, non solo nell’edilizia. Per fortuna anche il peso dell’Italia è mutato. In positivo. L’export del nostro Paese verso la Cina è cresciuto del 26,2% nel 2017. Lo indica la ricerca realizzata da Ice e dal Consolato italiano e presentata ieri ai cinesi durante l’evento organizzato da Assoporti, l’associazione degli scali italiani, alla fiera di Shanghai. Significa che gli oltre 11 miliardi di export del 2016 sono cresciuti di oltre 2,5 miliardi di dollari. È un regime sostenuto, considerando che l’export italiano nello stesso periodo è aumentato del 7,5%. Ed è tutto ad alto valore aggiunto: verso la Cina parte il meglio del made in Italy: dai vestiti alla manifattura, sino all’agroalimentare, la nuova frontiera. È una rivoluzione, anche per i porti: dalle nostre banchine partivano verso l’Asia in prevalenza rottami ferrosi e plastica, ma la Cina non vuole più essere la discarica del mondo e punta a saziare la crescente classe media con prodotti di qualità. «È la prima volta che i porti italiani si presentano a Shanghai uniti», dice il console generale Stefano Beltrame, sottolineando l’importanza del brand nazionale per un mercato «da 1,5 miliardi di persone, con una massa sterminata».

La porta d’Italia
La rotta principale rimane comunque quella delle importazioni. E per facilitare il lungo viaggio delle merci dall’Asia all’Europa, i cinesi hanno deciso di realizzare il più grande investimento infrastrutturale nella storia dell’uomo: la nuova Via della Seta. I porti italiani sono in gara, anche quelli del Sud. Se al Nord fa gola la vicinanza ai mercati dell’Europa centrale, nel Meridione il jolly è rappresentato dalle zone economiche speciali. A Shanghai e Pechino piace sapere che esistono scali dove ci sono condizioni più favorevoli per far sbarcare la merce. Ecco perché Taranto (spiegata agli investitori dal segretario generale Fulvio Lino Di Blasio) e la Campania puntano anche sulle Zes: «Importiamo dalla Cina 1,5 miliardi di dollari di merce, ma esportiamo solamente 121 milioni», spiega Pietro Spirito, il numero uno dei porti di Napoli e Salerno, scali centrali nel Mediterraneo.
Anche la Sardegna, con il proprio sistema portuale, è in grado di offrire opportunità ai cinesi, come ha detto il presidente Massimo Deiana. Bari e la Puglia con il presidente Ugo Patroni Griffi, puntano sull’appeal del mix tra infrastrutture e territorio. Venezia invece vuole tornare all’antico: cancellato il progetto offshore di Paolo Costa che pure aveva coinvolti un’azienda cinese, Pino Musolino ha in mente una rivoluzione: «Puntiamo al Fondaco 4.0» spiega alla platea di cinesi attirati dal brand della città storicamente terminale della Via della Seta. «Riportiamo la produzione nelle aree portuali, così come è sempre stato sin dai tempi del Medioevo», dice il presidente veneziano che sta preparando un piano di radicale cambiamento degli spazi portuali. Il Tirreno si sta preparando alla battaglia: Carla Roncallo, numero uno del porto della Spezia, annuncia che entro fine anno «partiranno i lavori per l’ampliamento del Molo Garibaldi e del Terminal del Golfo, così potremo portare la capacità totale dello scalo a 2,5 milioni di teu» e invoglia i cinesi anche sulle crociere, auspicando «un coinvolgimento di tutte le principali compagnie per la gestione dei servizi e la realizzazione di un nuovo terminal». A Msc e Royal Caribbean che avevano presentato l’istanza, potrebbe aggiungersi anche Costa Crociere, riunendo così in consorzio e in pace tutti gli operatori.

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