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Navi Ong, quattro anni vissuti pericolosamente / L’ANALISI

Roma - In origine «angeli del soccorso», poi «tassisti del mare», infine rigorosamente tenuti lontani dai porti di Italia e Malta. Strano destino quello vissuto dagli operatori delle navi delle Organizzazioni non governative, che in poco meno di quattro anni di lavoro nelle acque del Mediterraneo hanno salvato migliaia di migranti

Roma - In origine «angeli del soccorso», poi «tassisti del mare», infine rigorosamente tenuti lontani dai porti di Italia e Malta. Strano destino quello vissuto dagli operatori delle navi delle Organizzazioni non governative, che in poco meno di quattro anni di lavoro nelle acque del Mediterraneo hanno salvato migliaia di migranti ma che a metà settimana si sono ritrovati - di fatto - sul banco degli imputati al Consiglio europeo di Bruxelles.

LA FINE DI MARE NOSTRUM
Il coinvolgimento delle Organizzazioni non governative - alcune storiche, altre di recente costituzione - nelle attività di Search and Rescue (Sar), ovvero di ricerca e soccorso dei disperati in rotta verso l’Europa risale al 2013, ma diventa sistematico solo nell’autunno 2014, in coincidenza della fine di Mare Nostrum, l’operazione della Marina e dell’Aeronautica varata dal governo italiano sulla spinta emotiva della tragedia di Lampedusa, il naufragio di un barcone costato la vita a 368 persone. In novembre Mare nostrum cede il posto a Triton, operazione gestita da Frontex e aperta al contributo volontario di 15 dei 28 Paesi dell’Unione europea, ma i viaggi della speranza continuano numerosi e la notte del 18 aprile 2015 ad affondare è un peschereccio, con a bordo almeno 700 persone: è un’ecatombe, i superstiti sono appena 28. Secondo la procura, a provocare il disastro è una manovra sbagliata dello scafista, all’origine della collisione con un mercantile avvicinatosi per prestare aiuto.

Proprio le polemiche sul ruolo ricoperto anche in altri episodi da unità civili troppo grandi e poco adatte al soccorso finiscono con il dare sempre maggiore importanza alle navi schierate dalle Ong, più piccole e flessibili: la percentuale di migranti salvati da queste ultime - nonostante il varo dell’operazione EunavForMed, a guida italiana - sale rapidamente dal 24% del 2015 al 34% dell’anno dopo, fino a impennarsi al 50% dei primi quattro mesi del 2017.

I DUBBI SUI FINANZIAMENTI
È proprio nella primavera dell’anno passato che però qualcosa cambia, in concomitanza con i dubbi espressi dal procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, prima davanti al Comitato Schengen e poi in una trasmissione televisiva. C’è un’inchiesta in corso che ipotizza possibili collusioni tra alcune Ong e i trafficanti di esseri umani che le finanzierebbero: in ogni caso, la presenza di navi Ong così vicine alle acque libiche costituirebbe un fattore di attrazione per chi fugge dall’Africa. La polemica monta veloce, il capo del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio parla di «taxi del Mediterraneo» e Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, di «complicità indiretta» nel traffico.

La querelle diventa il cuore di un’indagine conoscitiva affidata alla commissione Difesa: dopo una lunga serie di audizioni con tutti i protagonisti della scena del soccorso - Guardia costiera, Marina, Guardia di finanza e Ong - viene approvata all’unanimità una relazione finale in cui si sottolinea l’assenza di «elementi tali da far supporre rapporti tra Ong e trafficanti di esseri umani». C’è anche la raccomandazione a razionalizzare il contributo delle Ong e a fissare dei paletti, raccomandazione raccolta dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, che comincia a lavorare con i tecnici del Viminale a un Codice di condotta per le Ong.

Si apre un altro fronte polemico, e un’estate di scontro dialettico: alla fine il Codice arriva, anche con il bollino dell’Unione europea, ma non tutte le Ong lo firmano, in disaccordo soprattutto sull’eventuale presenza di polizia a bordo.

SBARCHI IN CALO
In realtà quello del Codice non è il solo fronte su cui si muove Minniti: gli accordi raggiunti con il governo al Serraj e con i capi tribù libici cominciano a dare i loro risultati e per la prima volta da mesi il saldo di sbarchi diventa negativo. Da luglio 2017 a giugno 2018 arrivano sulle nostre coste oltre 120 mila migranti in meno rispetto allo stesso periodo di un anno prima; dal primo gennaio a oggi il calo è del 79%, dell’85% se si considerano le sole partenze dalla Libia.

Ma nel frattempo c’è stato un cambio di governo, al Viminale è arrivato Matteo Salvini e l’approccio al problema cambia: la parola d’ordine diventa meno arrivi e più rimpatri. Nel mirino finiscono di nuovo le Ong, e quando nave Aquarius - dopo aver caricato 629 migranti - chiede dove sbarcare, la risposta è «non in Italia». Salvini e Toninelli (ministro delle Infrastrutture) mantengono il punto e alla fine a sbloccare l’impasse provvede il nuovo governo spagnolo: «Li accogliamo noi». La carovana di navi diretta verso Valencia - l’Aquarius e le due navi della Guardia costiera e della Marina su cui sono stati trasbordati buona parte dei migranti - è la rappresentazione plastica di una nuova stagione. Nei giorni successivi Malta accoglie nave Lifeline - a patto che i 233 migranti a bordo vengano redistribuiti tra nove Paesi - poi la sequestra e ne convoca in tribunale il capitano. Due giorni fa l’ultimo naufragio, stavolta a ridosso delle coste libiche. Altri 100 cadaveri senza nome. Dal 2014 a oggi, dice l’ultimo macabro censimento, i morti nel Mediterraneo sono stati più di 16 mila.

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