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Mattioli: «Lavoro a bordo, l’emergenza si chiama formazione» / COLLOQUIO

Genova - Un’apertura e una chiusura, altrettanto secca. Mario Mattioli non si sottrae al confronto a distanza con AssArmatori, l’associazione nata a gennaio in polemica con Confitarma.

Genova - Un’apertura e una chiusura, altrettanto secca. Mario Mattioli non si sottrae al confronto a distanza con AssArmatori, l’associazione nata a gennaio in polemica con Confitarma. A Genova per partecipare a un incontro in Confindustria (e a una cena in compagnia, fra gli altri, di Alessandra Grimaldi, Alcide Rosina, Marco e Valeria Novella, Aldo Negri, Giovanni Mondini, Carlo Bonomi, Enrico Telesio, Gregorio Gavarone, Giovanni Dellepiane, Luca Bertani e Mariella Amoretti), Mattioli risponde alla richiesta del collega Stefano Messina di censire i lavoratori marittimi italiani: «Credo che per arrivare a una mappatura seria del lavoro a bordo sia necessario destinare nuovi fondi alle Capitanerie – spiega il presidente di Confitarma – La questione è semplice: fino a qualche anno fa l’iscrizione alle liste della “gente di mare” avveniva manualmente, e l’eventuale cancellazione non era prevista. La conseguenza è che di quelle liste fanno parte ancora oggi pensionati, persone che hanno cambiato lavoro o addirittura decedute. Da qualche anno l’iscrizione è digitale, ma le cancellazioni delle vecchie posizioni vengono fatte con un metodo presuntivo. Per arrivare a un panorama attendibile bisognerebbe stanziare nuovi fondi. Quando si parla di “numeri a caso”, come ha sottolineato Messina, ci si riferisce a questa situazione. Che non abbiamo certo creato noi».

Altro discorso, dice Mattioli, è quello relativo ai marittimi effettivamente imbarcati. «E qui dobbiamo giocoforza ragionare in termini di lavoratori comunitari, visto che facciamo parte dell’Unione europea. Le statistiche dicono che la flotta di bandiera italiana è quella che dà lavoro al maggior numero di marittimi comunitari, anche rispetto a flotte più grandi: parliamo di 38.000 persone su un totale di 62.000, prendendo in considerazione le tabelle minime, e quindi facendo una stima per difetto. Questi sono gli unici dati certificati che abbiamo. E che, piaccia o no, dipendono dal successo del Registro internazionale».

Resta il fatto che, come denunciato da alcune sigle sindacali e dallo stesso Messina, non sono pochi i marittimi italiani che faticano a trovare lavoro. «Ma il primo problema da affrontare riguarda la formazione. Chiediamoci perché, ad esempio, il 90% dei ragazzi che escono dagli ex istituti nautici non supera l’esame da terzo ufficiale per scarsa conoscenza della lingua inglese. Sono queste le cose su cui mi farebbe piacere aprire un confronto serio. Sapete perché i giovani che frequentano le accademie, penso a quelle di Genova, Cagliari o Gaeta, trovano lavoro? Perché nella maggioranza dei casi il biennio in aula è svolto in inglese».

La chiusura alle proposte di AssArmatori riguarda invece l’eventualità di estendere i benefici del Registro internazionale agli armatori stranieri. «È una proposta del tutto irricevibile – dice Mattioli – perché sarebbe davvero folle consentire a chi non gestisce le proprie navi sotto bandiera italiana di accedere ai benefici garantiti dal nostro Stato. Chi brandizza navi “tricolori” ma batte bandiera panamense, se vuole essere trattato come un nostro armatore, può fare una scelta banalissima: adottare anche la nostra bandiera. Anzi: mi auguro che la tendenza sia questa».

La «solidità del quadro normativo attuale» e la necessità di investire sulle Autostrade del mare saranno al centro, annuncia Mattioli, del primo incontro con il ministro Danilo Toninelli. «In 10 anni gli armatori italiani hanno investito più di 30 miliardi per la costruzione di nuove unità eco-compatibili. Abbiamo creato occupazione diretta e indiretta, diventando la terza flotta tra i Paesi del G20. Da anni è ferma in parlamento una proposta di legge per semplificare norme e procedure burocratiche. Mettere in dubbio il Registro, come qualcuno vorrebbe fare, significherebbe favorire la delocalizzazione, con un danno immenso all’economia del Paese».

Le ultime considerazioni riguardano il mondo associativo. Se è vero che «con AssArmatori abbiamo diversi interessi in comune, e su molti io e Messina siamo in sintonia», non si può negare che «dividere il settore significa indebolirlo». «Mi domando, poi, che fine stia facendo la coerenza associativa. Difendere l’italianità è una cosa seria, ma a volte ho la sensazione che sia solo un pretesto per favorire soggetti stranieri

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