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Quando Aldo Grimaldi diceva: «I marittimi? Nessuno meglio degli italiani»

Riproponiamo l’intervista rilasciata da Aldo Grimaldi al Secolo XIX il 29 ottobre 2010, al termine della sofferta vicenda - anche giudiziaria - legata al terminal Multipurpose di Genova.

Riproponiamo l’intervista rilasciata da Aldo Grimaldi al Secolo XIX il 29 ottobre 2010, al termine della sofferta vicenda - anche giudiziaria - legata al terminal Multipurpose di Genova.

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Genova - «Vedere il mio nome lì sopra, dopo tutto quello che ho fatto per Genova, per la mia città… Guardi, è una cosa che mi ha fatto piangere». Aldo Grimaldi sospira e sposta di pochi centimetri il foglio fotocopiato che ha di fronte, sulla scrivania del suo ufficio. L’intestazione è del Tribunale di Genova, ufficio del Gip. Una sola frase è sottolineata: “Il giudice Maurizio Matteis dichiara Grimaldi Aldo colpevole del reato sub 1 limitatamente all’ipotesi di allontanamento dei concorrenti Msc e Grimaldi Holding e con esclusione delle altre ipotesi contestate... ”.
«Mi hanno condannato a duecento euro di multa. Niente, rispetto alle accuse. Ma l’offesa resta. Perché nella mia vita ho dato tutto per Genova e per il suo porto. Pensi: la prima nave l’ho portata qui nel 1950, sessant’anni fa. Me la ricordo ancora: era la Orione, trasportava carbone dal Nord Europa. E a Genova io ci sono sempre rimasto, anche quando gli altri la abbandonavano: Messina, Grendi-Tarros, Tirrenia. C’è stato un periodo in cui il porto era talmente deserto che si diceva che sulle banchine si giocava a football. Ebbene, io sono rimasto anche allora».

Come ha vissuto questi anni?
«Malissimo. Perché, vede, io ho davvero agito per il bene del porto. Ma lei se la ricorda, la storia? Gianluigi Aponte fece un’offerta unica per il Multipurpose contro altri cinque sei soggetti che volevano ognuno una porzione di terminal. A un certo punto si disse: ha vinto Msc. Ma quando Aponte controllò la profondità dei fondali si accorse che erano insufficienti per le sue navi, mentre noi, al Bettolo, potevamo già accogliere le navi da 6.000 teu. Così decise di lasciare libero il Multipurpose, sul quale trovarono spazio tutti coloro che ne avevano chiesto una parte. Mi spiega dov’è l’errore? Che male c’era in tutto quello?».

Forse sarebbe stato più prudente optare per una gara. Così, almeno, sostengono i giudici.
«Sì, una gara… giusto per perdere tempo. Lo abbiamo visto, in passato, cosa significa non prendere decisioni. Messina se n’è andato alla Spezia ed è tornato dopo vent’anni. Grendi è scappato. Se vogliamo tornare a giocare a football sui moli basta dirlo!».

Lei, malgrado il processo, non si è mai fermato: il lavoro prima di tutto.
«Anzi: ho continuato a investire, a progettare. Chi è l’unico che fa costruire navi in Italia, oggi? Io. Quattro volte ho salvato i Cantieri Apuania. La prima volta negli anni Sessanta: all’epoca li feci gepizzare. Forlani aveva appena costituito il Gepi, Gestione partecipazioni industriali. Per un anno feci avanti e indietro: non volevano proprio farmele fare, le navi. Alla fine ci riuscii, e feci costruire “Po”, “Dora Baltea” e “Dora Riparia”: trasportavano auto. Poi sono arrivate le navi multipurpose, più tardi le sette “navi bianche”: le ultime sono talmente belle che sembrano navi da crociera. Poi ho preso in consegna le otto “navi blu”, concepite principalmente per il trasporto merci. E non voglio mica fermarmi qui. Adesso sto progettando una nave di ancora maggiore capacità. E lo studio l’ho fatto fare agli Apuania. L’obiettivo è allargare la nave per arrivare a 3.000 metri lineari di carico pesante. Come vede, io le navi le faccio sempre in Italia, mai all’estero».

A proposito: lei starà seguendo la vicenda Fincantieri.
«Certamente. Sono molto legato a Fincantieri: è lì che hanno costruito la mia “Excelsior”. Una nave meravigliosa. So che dei cantieri navali si è sempre occupato Scajola. Poi è successo quel fattaccio… Insomma, non si poteva mica sperare che prendesse in mano la situazione Berlusconi, con tutto quello che ha da fare».

Resta il fatto che lo shipping, negli ultimi anni, ha perso molto peso politico.
«Lo shipping, prima di tutto, ha perso peso internazionale. E questo grazie ai giapponesi, che hanno insegnato ai coreani a costruire le navi. Poi sono arrivati i cinesi con i loro prezzi stracciati. E l’Italia ha iniziato a ordinare navi in Oriente: un peccato mortale. Io, lo ripeto ancora una volta, continuo a preferire i cantieri italiani. Ma mi rendo conto che per certe tipologie di navi la scelta asiatica ormai è inevitabile».

Insomma, ci siamo fatti del male.
«Eccome. Una volta c’erano i contributi per chi costruiva navi. Ancora 10-15 anni fa gli armatori potevano contare sui “premi demolizione”. Poi basta. E’ sparito pure il ministero della marina mercantile, si rende conto?».

Lei è stato presidente di Confitarma. Altri tempi, altra classe politica.
«Io parlavo con tutti. Parlavo addirittura con Fini: spiegavo lo shipping all’intero arco costituzionale. Dicevo a tutti: “La flotta italiana deve aumentare, abbiamo 8.000 chilometri di costa e un tonnellaggio ridicolo”. Per fortuna c’era qualcuno che mi ascoltava. Claudio Burlando, quando fu nominato ministro dei Trasporti, introdusse il registro internazionale: fu l’ultima grande riforma del settore».

Oggi di quali riforme avrebbe bisogno, il settore marittimo?
«Sarebbe utile riprendere il discorso dei premi demolizione. All’epoca erano 50.000 lire a tonnellata: su una nave da 40.000 tonnellate era un bell’aiuto. Adesso, in Nord Europa soprattutto, vediamo circolare navi di venticinque-trent’anni: demoliamole, che ci stanno a fare in giro? Il mondo è diventato davvero stupido».

Lei ha fondato Grandi Navi Veloci nel 1990. Qualche giorno fa un altro grande armatore, Gianluigi Aponte, ne ha rilevato il 50%. Che segnale è?
«Aponte è una persona eccezionale. E’ come avesse una sensibilità particolare, un fiuto infallibile. Ha vinto tutte le sfide che ha affrontato. Le racconto un aneddoto, per farle capire l’uomo. Un giorno viene da me e mi dice: “Sai, mi sono messo in testa di diventare il numero uno delle crociere”. Io rimango un attimo in silenzio e poi gli rispondo: “Ma che dici, vuoi fare concorrenza a Carnival?”. E lui: “Ma no, voglio diventare leader nel Mediterraneo”. Ecco, ha presente oggi la flotta di Msc? Sono navi bellissime, alcune sono talmente grandi che ci vorrebbe un tram per andare da una parte all’altra».

Insomma, per Genova è una notizia positiva.
«Senza ombra di dubbio. Aponte è una garanzia assoluta. E la sua è una scelta storica».

Che cosa cambierà, adesso?
«Mi permetta una battuta: Aponte è uno che produce, gli altri consumano».

Sta dicendo che la compagnia Gnv-Msc produrrà nuove linee?
«Potrebbe essere. E per fare nuove linee potrebbero non essere sufficienti le attuali navi. Potrebbe costruire nuove unità, o cercarle sul mercato. Tutto è possibile».

Aponte qualche mese fa disse che, a causa del processo Multipurpose, non avrebbe mai più investito su Genova.
«E aveva perfettamente ragione! Lui quella gara l’aveva vinta. Dovrebbero dirgli grazie a baciargli le mani, altro che processarlo, perché grazie alla sua rinuncia gli altri hanno potuto lavorare».

Crede che Aponte voglia chiudere quella parentesi polemica, con l’investimento in Gnv?
«Non lo so. Personalmente ho grande rispetto per il lavoro dei giudici. Ma quello che è successo è sotto gli occhi di tutti. Le scelte che sono state al centro del processo sono state fatte per il bene del porto. Non ci fu nulla di male, di illecito. Anche per questo, malgrado la pena lievissima, attraverso il mio avvocato (Giuseppe Giacomini, ndr) farò ricorso in appello».

Lei ha tratto benefici da quelle scelte?
«Io? Ma non scherziamo, io ho solo ceduto il consorzio Grimaldi Group».

Anche lei crede che le norme che regolano i porti vadano cambiate?
«Se si riferisce alla riforma della legge 84, ne parliamo da tempo infinito. Ma non è una novità: di solito impieghiamo 10 anni per fare ciò che i tedeschi fanno in uno. Ha visto gli ultimi conti della Volkswagen? Hanno raddoppiato i profitti, hanno liquidità per 20 miliardi: all’inizio del 2010 erano 10. Questa sì che è gente seria».

In questi giorni si parla tanto di produttività. L’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha detto che in Italia non c’è più nessuno che insegna i mestieri ai giovani. Anche per voi armatori è un problema?
«Le rispondo con un dato: io utilizzo solo equipaggi italiani. E lo faccio per dimostrare che sono i migliori. L’unico piccolo problema è il salario, che è maggiore rispetto a quello dei filippini o degli indiani. Ma nessuno mi dà la tranquillità che garantiscono i nostri connazionali».

E i suoi colleghi che parlano di crisi delle vocazioni?
«Beh... a casa mia scegliamo gli italiani. Non commento le scelte degli altri».

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