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Lo shipping piange Aldo Grimaldi, l’ultimo dei gladiatori / IL RITRATTO

Genova - «Cummanda’, vu nun duvete morire mai!». Così lo omaggiavano i suoi marinai, salutandolo come una sorta di San Gennaro.

Genova - «Cummanda’, vu nun duvete morire mai!». Così lo omaggiavano i suoi marinai, salutandolo come una sorta di San Gennaro. E Aldo Grimaldi ci credeva, convinto com’era che non gli bastasse una vita per prendersi la rivincita su una grama infanzia e soffiare la ribalta della storia ai protagonisti della sua famiglia. Come lo zio Achille Lauro e il resto di un parentado che a Napoli sfidava ogni giorno le leggi della normalità e della natura per costruire un piccolo impero sul mare, che rischiava anche la vita pur di sorprendere il prossimo, che esibiva sentimenti esasperati e quadretti da fumetto.

Quando dopo la guerra risale l’Italia in bicicletta, dal Vesuvio alla Lanterna, Aldo è alto, allampanato, magro da far paura. Un viso scavato che qualcuno paragona a quello di un alligatore. Comincia a far affari e quattrini negli scagni dell’angiporto. La sua vitalità e le intuizioni sono pari alle ambizioni: fondare una compagnia di navigazione in grado di giocarsela alla pari con i Costa e i Ravano, i Fassio e i Cameli. O, almeno, di scalfire la leadership a tutto campo dell’establishment genovese dell’epoca d’oro. Trasforma vecchie carrette liberty in mercantili che trasportano merce per gli americani ma anche i russi. Non ha pause, né sonno, né altri desideri che non siano quelli di concupire la nave come una donna da amare alla follia, da perderci la testa e il cuore. Qualche volta anche il portafoglio. La famiglia, la moglie e i figli sono il rifugio nella villetta di Corso Italia modellata proprio a forma di una prua. Il mondo dello shipping è il suo ring quotidiano.

Che spettacolo! Aldo Grimaldi leone. Altero nella sicurezza di vincere sempre. Ambiguo nella manovra. Allusivo nella parola. Capace di fendenti senza pietà ma anche magistrale nel gioco coperto, nell’uso del silenzio. Un gladiatore insuperabile. Quando il suo cognome è scolpito sulle fiancate dei primi traghetti tutto merci e poi di quelli in grado di trasportare anche i passeggeri, Aldo Grimaldi è già l’ago della bilancia per le consorterie della Lanterna. L’imprenditore accorto e astuto cui i colleghi si rivolgono per sanare controversie e appianare i conflitti pur di conservare intatte le rispettive fette di business. Gli affari volano a gonfie vele. La scalata alle vette del potere reale garantito dai palazzi romani conseguente. Camera di commercio, Confitarma, leder degli armatori italiani, decano capace di perpetuare la continuità di un mondo che diventa mito e leggenda. Va bene, i maligni insinuano che ai vertici di Confitarma lo scatenato Aldo pensa un po’ troppo agli affari suoi. Sottigliezze. Perché Grimaldi ha ancora in serbo il colpo della vita: costruire e schierare una flotta di traghetti merci da crociera, per garantire conforto impensabile ai passeggeri. Detto fatto. Quando un altro grande come Antonio d’Amico scende in banchina per sbirciare la prima nave di Grimaldi, sentenzia perplesso che non avrà successo.

Certo è per consolidare questo nuovo business e rastrellare fondi che Aldo sbarca in Piazza Affari, quotandosi in Borsa. Ultimo passaggio prima del graduale disimpegno, con il progressivo scorporo dei gioielli di famiglia, la cessione delle compagnie e delle navi, il passaggio nelle mani di Gianluigi Aponte anche di una fetta di porto conquistata per farci un terminal. Già, il porto. Il vecchio leone, dichiaratamente uomo di destra, lo dipinge sottomettendo con abilità e infinite mediazioni la Culmv dell’amico comunista Paride Batini alle regole delle leggi e del mercato. Un affresco degno della migliore genovesità.
Addio all’ultimo dei gladiatori. Che aveva sostituito il candore del bambino dei vicoli di Napoli con una severità quasi tragica, affondata in un’angoscia forse mai risolta.

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