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Le bananiere vanno in pensione. Chiquita: meglio i container

Genova - Sin dall’Ottocento, le unità con le stive frigorifere della multinazionale trasportavano in Europa il frutto più consumato del mondo. La nuova strategia di Di Paolo, il presidente della flotta: «Il gruppo investe su tecnologie di ultima generazione, sono più efficienti».

Genova - Secondo i più recenti dati Fao, nel mondo sono prodotti 117 milioni di tonnellate di banane su 5,6 milioni di ettari di terreni tra America del Sud, Asia e Africa, che ne fanno la frutta più consumata al mondo per un business da otto miliardi di dollari. Oltre il 15% del prodotto è destinato al commercio mondiale: il 60% delle importazioni si realizzano tra Unione europea e Stati Uniti, il 78% delle esportazioni partono da America del Sud e Caraibi, facendo dell’Oceano Atlantico la rotta delle bananiere, le navi-frigorifero che nelle loro stive trasportano la frutta dei tropici. Da una decina d’anni tuttavia il modello della bananiera è messo in crisi dal progressivo efficientamento del container refrigerato (introdotto dalla Maersk nel 1975), e oggi a mandare in pensione le bananiere è proprio la Chiquita Brands International, maggior produttore di banane al mondo che per primo armò le navi-frigo a fine Ottocento.

«Abbiamo ceduto le ultime otto unità - spiega Stefano Di Paolo, genovese presidente della Big White Fleet, braccio armatoriale della Chiquita - e al Fruit Logistica di Berlino abbiamo annunciato il nuovo servizio con navi portacontainer dall’America Centrale a Vlissingen, nei Paesi Bassi, dove abbiamo il nostro centro logistico per la distribuzione in Europa. Impieghiamo cinque navi, due nostre e tre a noleggio, con capacità 2.500 teu e 650 prese reefer. I vantaggi sono presto detti: stoccaggio più efficiente, migliore conservazione, minore manipolazione della merce». Il passaggio da bananiera a portacontainer pare anche l’effetto di un mega-investimento siglato con la Mci, il produttore di container che fa parte del gruppo Maersk, per l’acquisto di 2.500 nuovi pezzi di ultima generazione, con tecnologie che dimezzano i consumi di energia elettrica «e le relative emissioni inquinanti» sottolineano dal gruppo svizzero controllato dalla famiglia brasiliana Cutrale.

Nel Mediterraneo le bananiere Chiquita non si vedono più da tempo: «Copriamo l’area con due servizi, i container sono caricati su navi di altri armatori - dice Di Paolo -. Un servizio è a rotazione fissa, il Car-Med, e un altro che a seconda delle esigenze tocca porti diversi, comunque entrambi sono in partenza da Algeciras, sullo Stretto di Gibilterra, da dove vengono trasbordati i carichi in arrivo dall’Atlantico. Tra le navi su cui viaggiano questi container, che sono una quindicina, le nostre 12 tra proprietà e noleggio si può dire che ogni giorno le nostre banane viaggiano su 30 portacontainer diverse». Non sfugge che per una compagnia, armare una nave da carico non convenzionale significa cercare anche merce che non sia frutta, all’andata ma specialmente al ritorno da Europa e Stati Uniti: «È vero - risponde Di Paolo - ma il nostro obiettivo rimane la frutta: non ci interessa né abbiamo l’ambizione di andare a fare concorrenza ai big del trasporto su container»

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