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Big John o Big Wolf, leggenda o lupo cattivo?

Genova - In questa stagione di grandi precarietà e inenarrabili fragilità, alzare qualche bandiera di riferimento acquista forse un valore simbolico che lambisce il business ma lo scavalca. E’ il caso di John Fredriksen.

Genova - Big John o Big Wolf, una leggenda o il lupo cattivo. In questa stagione di grandi precarietà e inenarrabili fragilità, alzare qualche bandiera di riferimento acquista forse un valore simbolico che lambisce il business ma lo scavalca. E’ il caso di John Fredriksen: controverso, leggendario e contradditorio, certamente uno dei più grandi armatori della storia dello shipping.

Da poche settimane John Fredriksen ha toccato il traguardo dei 75 anni ed è stato festeggiato contemporaneamente come il norvegese più ricco e il cipriota con il patrimonio più imponente della storia. Nato in Norvegia, da tempo l’armatore ha scelto la cittadinanza di Cipro ma risiede stabilmente a Londra, in una magione nel quartiere di Chelsea del valore di circa 200 milioni di dollari. Nella classifica della rivista norvegese Kapital, il patrimonio di Fredriksen, stimato in 14 miliardi di dollari, ammonta a più del doppio di quello degli altri connazionali presenti in lista. Già nel 2012 Fredriksen era stato inserito da Bloomberg nella hit parade dei primi imprenditori del mondo. Oggi è considerato tra i tre armatori di maggior successo della storia dello shipping. Una lunga cavalcata per una carriera leggendaria: figlio di un saldatore, iniziò a lavorare a 16 anni al livello più basso come addetto al telex del broker Blehr & Tenvig, per poi passare all’armamento con una determinazione feroce, che lo ha portato a controllare la più grande flotta cisterniera del mondo.

Fredriksen si inserisce nel commercio del petrolio negli anni ’60 a Beirut e negli anni ’70 compra le sue prime tanker. Il magnate accumula una fortuna negli anni Ottanta, durante la guerra tra Iran e Iraq, trasportando mensilmente 700.000 tonnellate di petrolio dal terminal dell’isola iraniana di Khark verso la Siria, attraverso il Canale di Suez. Un trasporto a grande rischio, che genera altissimi profitti ma anche grandi pericoli per i suoi equipaggi, che al termine di una burrascosa controversia sindacale strappano un più adeguato compenso con un accordo extra giudiziale. In quel periodo si consolida il colosso Frontline che gestirà la maggiore flotta mondiale di VLCC e consentirà di allargare progressivamente il raggio d’azione dell’armatore sempre nel petrolio grezzo con Overseas Shipholding Group, nel carico secco con Golden Ocean, nel gas naturale con Golar LNG, nella trivellazione offshore con Seadrill e Smedvig e nei servizi alle piattaforme con Deep Sea Supply per arrivare ad una ulteriore diversificazione con l’azienda ittica Marine Harvest.

La flotta controllata da Fredriksen consiste in oltre 130 grandi navi. Da parecchi anni le due figlie gemelle, le biondissime Kathrine e Cecilie, hanno assunto ruoli esecutivi in diverse aziende dell’impero, che continua ad essere saldamente nelle mani del fondatore. Una leggenda paragonabile per influenza a quella di Aristotele Onassis, anche se il carattere dei due imprenditori è molto diverso. Quello che è certo è che anche il fenomeno Fredriksen ha tracciato un’impronta indelebile nella storia dello shipping. Per Haakon Pettersen, ex amministratore delegato di Bergesen, l’imprenditore cresciuto dal gradino più basso è l’armatore di maggiore successo dello shipping mondiale. Ma la sua storia ha anche molti lati oscuri, tanto da farlo soprannominare non solo Big John ma anche Big Wolf, il grande lupo. Uno degli episodi più controversi risale al 2008, quando il più clamoroso rally nella storia del petrolio condusse i prezzi ad un record di 150 dollari al barile prima dello schianto sotto quota 50 dollari.

La Commodity Futures Trading Commission accusò due trader dipendenti da società controllate da Fredriksen di avere praticato un complesso schema speculativo che si fondava sul creare un’illusione di scarsità sul mercato petrolifero. Le società nel frattempo agivano sui mercati finanziari attraverso “time spread”, derivati che consentono di scommettere sulla differenza di prezzo tra il Wti a pronti e quello per il mese successivo. Una volta che il prezzo del Wti si era artificialmente gonfiato, il petrolio veniva consegnato a sorpresa all’ultimo momento. Secondo l’organismo di vigilanza, grazie ad accorte posizioni short (ossia alla vendita), i trader di Fredriksen riuscivano ad approfittare anche del successivo ribasso dei prezzi generando profitti illeciti per almeno 50 milioni di dollari.

Luci e ombre della carriera straordinaria di un tycoon di origine norvegese che più levantino di così non avrebbe potuto rivelarsi.

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