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Tutti i pericoli della “Porto Spa” / ANALISI

Il commento dell’avvocato Francesco Munari

NEGLI ultimi giorni sono stati pubblicati diversi articoli sul Secolo XIX, che stigmatizzano come inadeguata la proposta di riforma portuale in discussione tra Senato e Ministro Lupi, a vantaggio di ipotesi di trasformazione degli enti portuali in società per azioni, considerate più incisive e idonee a rilanciare meglio i nostri porti. Addirittura, questa divergenza di impostazione sarebbe il motivo del recesso dell’Autorità portuale di Genova da Assoporti, organizzazione ritenuta troppo “timida” rispetto a riforme più spinte del nostro ordinamento portuale.

In altre occasioni, e non da solo, ho cercato di meglio comprendere le vere ragioni alla base di questa preferenza per una trasformazione societaria delle autorità portuali, ragioni che tuttora trovo poco chiare. Par di capire, infatti, che il nucleo del ragionamento sia la migliore governance che una società garantirebbe rispetto all’ente pubblico. Questo assunto è vero se parliamo di società di diritto comune; diventa assai più opinabile se invece si tratta di società pubbliche, tanto più se incaricate della gestione di attività strategiche per il Paese (e penserei che sia così per i porti), e di beni pubblici (scarsi), come il demanio.

Non è dubbio, infatti, che anche tali società sarebbero considerate, per ogni negozio giudico da esse posto in essere, amministrazioni aggiudicatrici ai sensi del codice dei contratti pubblici, sarebbero soggette a obblighi di trasparenza identici a quelli di un’amministrazione per quanto concerne l’attività da esse svolta, sarebbero soggette al controllo e alla responsabilità contabile, con tutte le derive che questo comporta in termini di rallentamento delle procedure decisionali, spesso ben oltre gli obblighi di legge, ma solo per il timore dei funzionari (e domani degli amministratori di queste s.p.a.) di vedersi assoggettati agli occhiuti controlli delle procure della Corte dei conti.

Temo anche che una previsione di legge – o peggio di decreto legge – con la quale, col famoso tratto di penna, questi “lacci” venissero rimossi, sarebbe fortemente discutibile, e verosimilmente illegittima sul piano costituzionale e del diritto europeo. Neppure si supererebbero altri… “lacciuoli” rappresentati dall’interesse che la magistratura ordinaria ha spesso dimostrato verso i porti e gli enti portuali, condizionandone indubbiamente la loro governance, a prescindere dalla fondatezza delle ipotesi di reato ritenute sussistenti e quindi dello stesso interesse alla base delle indagini: ho la sensazione infatti che tale interesse non verrebbe meno con la semplice trasformazione degli enti in società.

La “Porto s.p.a.” avrebbe poi soverchie difficoltà a giustificare, di fronte all’Ue, l’agognata autonomia finanziaria ottenuta col trasferimento di una parte del gettito tributario generato dai porti: e allora, prima di fare la Porto s.p.a. ci si dovrebbe porre il problema delle sue dotazioni patrimoniali e reddituali.

Ma allora, cosa nasconde il mantra della Porto s.p.a.? A mio avviso, questa soluzione può avere una sua logica solo in un’ottica di privatizzazione dei porti, e cioè di patrimonializzazione del demanio in funzione di un suo collocamento sul mercato. Con conseguente superamento della proprietà pubblica dei porti e delle coste, e necessità di pensare ad efficaci golden powers dello Stato. Prospettive quindi assai più articolate, su cui, se si vuole, si può impostare un profondo ragionamento politico. Da farsi tuttavia molto ponderatamente, e non mediante feuileton estivi.


Francesco Munari è avvocato marittimista

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