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Nella riforma Delrio stop ai progetti fai-da-te e spazio ai capitali privati

Genova - Porti: il documento approvato dal governo. Ma sul numero di accorpamenti non c’è ancora sintonia.

Genova - Sono 33 i grandi progetti avviati, e in parte già cantierati, dalle Autorità portuali italiane. Solo nei piani operativi 2015-2017 l’ipotesi di spesa complessiva ammonta a 6 miliardi e 300 milioni; i quattro maggiori porti per quantità di investimenti previsti per il triennio sono Civitavecchia (1,5 miliardi), Napoli (636 milioni), Augusta (348 milioni) e La Spezia (346 milioni). Se per i singoli porti si tratta di opere definite quasi sempre indispensabili per lo sviluppo dei traffici, per il governo siamo di fronte a una situazione insostenibile, ai limiti dell’anarchia. «Le coperture finanziarie ipotizzate per questi massicci investimenti sono state indicate in maniera molto diversa a seconda dell’Authority e non è possibile ricostruire un quadro omogeneo confrontabile», scrive il ministero dei Trasporti nel Piano della logistica approvato venerdì dal Consiglio dei ministri (il testo di oltre 200 pagine è disponibile sul nostro sito www.themeditelegraph.it).

«E’ comunque significativo – insiste il ministero - osservare che, tra le tante opere previste o ipotizzate, pochissime sono quelle effettivamente in corso e/o in fase di ultimazione. Gran parte delle altre iniziative relative alle grandi opere infrastrutturali portuali non hanno ancora visto l’avvio dei lavori. Tale situazione di stallo è determinata, tra le altre, anche da una programmazione senza stringenti vincoli finanziari, in cui le richieste di finanziamento risultano sistematicamente superiori alle disponibilità reali, quasi sempre in assenza di compartecipazione di capitali privati».

Parte da questa considerazione, il governo, per stabilire che l’intero sistema di progettazione e approvazione delle opere portuali vada totalmente rivisto. «Occorre una strategia di respiro nazionale, sotto l’egida dell’intero governo, che sia in grado di produrre azioni in grado di “spostare le statistiche”, con effetti moltiplicativi molto maggiori rispetto a quanto potrebbe venire da pur lungimiranti ed efficaci azioni di singoli porti». Si tratta, scrivono gli uomini del ministro Delrio, di «individuare la migliore dimensione per coniugare efficienza e aumento della competitività con la dimensione di raccordo con i territori ed i mercati locali, creando al tempo stesso un’efficace e snella integrazione verticale tra i vari livelli decisionali. Il Piano ritiene che questa dimensione non coincida con quella delle attuali 24 Autorità Portuali, sostanzialmente mono-scalo, e che invece ci sia la possibilità e la convenienza di articolare Sistemi Portuali multi-scalo: una via italiana alla governance che risponda alla specificità del sistema portuale del nostro Paese».

L’introduzione di Sistemi Portuali multi-scalo «permetterà di ottimizzare le infrastrutture, gli spazi e le connessioni lato mare e lato terra esistenti sulla base di una conoscenza dettagliata dei traffici, degli operatori, del tessuto logistico di riferimento e delle potenzialità di mercato. Una pianificazione strategica e Piani Regolatori coerenti fra loro possono ridurre la necessità di investimenti pubblici». Porti accorpati, ma anche sostenuti da una parziale autonomia finanziaria: «Un settore così strategico per lo sviluppo del Paese determina la necessità di porre le scelte di pianificazione e gestionali nelle mani di un soggetto pubblico che abbia il controllo delle risorse finanziarie e/o possa efficacemente ed efficientemente mettere in piedi accordi di partnership pubblico-privati finalizzati a reperire/integrare le risorse necessarie». Dal testo approvato dal Consiglio dei ministri è “sparita” la pagina con l’elenco dei nuovi distretti, frutto degli accorpamenti fra Authority. Giallo? In realtà si sta cercando di capire se unificare o meno le competenze di Ravenna e Ancona. Ovvero se scegliere la via dei tredici o dei quattordici distretti.

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