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Crisi Rinfuse: Culmv e Chiesa sugli stessi moli

Genova - Le due storiche compagnie di Genova potrebbero lavorare insieme in base alla “reciprocità”. Non era mai successo: c’è anche l’ipotesi che i camalli possano assorbire i portuali del carbone.

Genova - La partita che si gioca quest’estate nel porto di Genova è solo un incrocio di interessi imprenditoriali, con la cordata Spinelli-Msc-Ascheri tesa rilanciare il semi-defunto Terminal Rinfuse (Trge) grazie a traghetti e container e la Pir che per non chiudere cerca spazi sulle aree Enel. A incrociarsi sono anche le sorti delle Compagnie portuali, la Pietro Chiesa (che movimenta rinfuse) e la Culmv (merci varie). La Pietro Chiesa ha sempre operato solo nelle aree sotto la Lanterna, le uniche che il Piano regolatore portuale dedica alle rinfuse (carbone in primis: la chiusura della centrale Enel nel 2018 sta determinando tutte le dinamiche in atto): lo scorso 31 luglio la Compagnia ha fatto istanza presso l’Autorità di sistema portuale per avere una deroga alla sua attività, facendo anche notare che l’intera trattativa che ha portato il Trge all’attuale proprietà (e relativo cambio di missione del terminal, che da prevalenza rinfuse deve passare a prevalenza traghetti-container) è in sostanza passato sopra le teste dei carbuné, mai interpellati sul tema.

La deroga però ha incontrato l’opposizione, pure se informale, della Culmv, che rivendica l’esclusiva sulle merci varie (container, rotabili, carichi speciali ecc...). La quadra proposta da Tirreno Bianchi, console della Pietro Chiesa, è il principio di reciprocità di chiamata. In base alla legge dei porti, la 84/94, la Pietro Chiesa è articolo 16, impresa portuale autorizzata dall’Adsp al carico, scarico, trasbordo, deposito, movimento in genere della merce. La Culmv è un art. 17, fornitore di manodopera. Nei fatti, entrambe le compagnie fanno però la stessa attività, benché su merci diverse, intervenendo nei picchi di lavoro quando il personale del terminalista (che è impresa art. 16 e insieme concessionario di area demaniale, art.18) non basta più: «Ma nel 1994 - spiega Bianchi - noi e la Culmv eravamo entrambi art. 21, comma 1, lettera B, cioè compagnie e gruppi portuali da normare secondo la nuova legge dei porti. Noi decidemmo di diventare “16” in base a un atto politico, per evitare nel clima di quegli anni tensioni con la Culmv, che fu l’unica a essere “17”».

La reciprocità consiste in questo: quando al Trge arriva un traghetto, viene operato dalla Culmv, che potrà però chiamare i carbuné a completare le squadre, dopo un periodo di formazione. Va superato lo scoglio giuridico in base al quale un “16” può chiamare un “17”, ma non il contrario. La P. Chiesa punta al fatto di essere un “16” sui generis, ma la soluzione è tutta da costruire. Sarebbe comunque un passaggio temporaneo, in attesa del Correttivo porti, decreto del governo teso a modificare alcuni aspetti della riforma Delrio, dove sarebbe eliminato il tetto fissato dalle Adsp sugli organici dei “17”. A questo punto, la P. Chiesa proverebbe a chiedere l’assorbimento nella Culmv, chiudendo oltre un secolo di vita: «È doloroso, ma la storia è storia, noi dobbiamo difendere il lavoro e le nostre famiglie» dice Bianchi amaro. Da anni però i terminalisti spingono per scorporare il “17” in un “16”: non è la volta buona? «Col console della Culmv, Antonio Benvenuti, abbiamo parlato di questo. Noi non lo faremo, sono decisioni che eventualmente spettano all’Adsp».

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