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D’Agostino: «Spostiamo da Est a Sud l’asse dell’Ue» / INTERVISTA

Il presidente di Assoporti: «Ma in Espo non tutti vogliono favorire lo sviluppo dei traffici mediterranei».

«QUELLO del Mediterraneo nel 2016 è stato un mercato molto dinamico - afferma il presidente di Assoporti, Zeno D’Agostino, che è alla guida anche dell’Autorità di sistema portuale di Trieste - e se è così dinamico in un momento in cui ci sono importanti problemi sociali in Nord Africa, Medio Oriente e Turchia, quando ci sarà una maggiore stabilità penso che crescerà ancora di più».

Che peso hanno per i porti italiani i traffici con il Mediterraneo?

«Oggi si parla molto di Via della seta, ma i porti italiani che hanno importanti traffici intra-mediterranei sono quelli che sono cresciuti di più. Certo, oggi non si può non parlare della Via della seta, che è il tema globale più importante nel settore del trasporto merci. Ma anche i traffici del Mediterraneo sono molto aumentati».

Quali sono i porti italiani più interessati da questi traffici?

«Su questi traffici gioca un ruolo importante la portualità del Mezzogiorno. Il trasporto di container non è l’unica attività importante e molti porti italiani possono svilupparsi anche se non sono inseriti nella Via della seta. Questa idea, che è già stata digerita in Assoporti, è entrata anche nei colloqui con il governo, che ci sta dando indicazioni di volersi muovere in questo senso».

Quali sono le aree del Mediterraneo più interessanti per la portualità italiana?

«Alcune aree sono danneggiate dalla presenza dell’Isis e di attività terroristiche. Altre come l’Iran e la Turchia, rappresentano una direttrice importantissima per l’Italia. In futuro quei paesi avranno una grossa crescita. Si tratta di un’occasione di sviluppo per il Mezzogiorno, anche per le attività manifatturiere. Sono paesi che si stanno aprendo».

Lei ha detto che quello dei container non è l’unico traffico importante. Che cosa intende?

«Ci sono relazioni ro-ro importantissime. Nei traffici intramediterranei la tratta marittima è soltanto una parte minore del percorso della merce, per cui viaggiano meno container e più altri mezzi come le casse mobili o i trailer. Dobbiamo abituarci a pensare che sui traffici mediterranei non è il container il settore di riferimento».

Che cosa sta facendo Assoporti per i traffici mediterranei?

«Questo è un tema importante che Assoporti ha portato anche all’Unione europea. Fino a dieci anni fa l’Europa si è impegnata nel dibattito per l’integrazione dei paesi del Mediterraneo in un’area di libero scambio, come era stato deciso a Barcellona. Da allora molte cose sono cambiate e hanno reso superata l’idea di un’integrazione e oggi ci siamo dimenticati di quel dibattito. Ma non è necessario ipotizzare soltanto un’area di libero scambio. E’ chiaro che le primavere arabe, l’attività dell’Isis, l’emergenza dei profughi non erano previste e hanno portato a una distorsione dei ragionamenti che si stavano facendo sui commerci in quest’area. C’era il tema, fondamentale, dei corridoi euro-mediterranei. Questi addirittura erano già stati definiti dall’Unione europea e si inoltravano dall’Europa verso le coste della sponda meridionale del Mediterraneo. Si è perso tutto un dibattito su un progetto che prevedeva la centralità dei nostri porti. Assoporti ha presentato in Espo (European sea ports organization, ndr) la proposta di riprendere almeno il lavoro di analisi per arrivare a un’integrazione con l’altra sponda. Ma in Espo abbiamo sentito una risposta non positiva».

Che cosa è successo?

«Sono temi che erano stati sepolti. La nostra proposta ha suscitato l’interesse dei paesi dell’Europa mediterranea come Francia, Spagna e Grecia. ma da altri paesi è stata espressa sorpresa. In questo momento l’Europa sta guardando piuttosto al prolungamento dei corridoi verso Est, in quella che è chiamata la Via della seta terrestre, e si è persa di vista la prospettiva verso Sud. I nostri porti perdono punti se anche questa non diventerà una linea strategica della politica dell’Unione europea. C’è stato uno spostamento del baricentro dell’Europa verso Est. E’ un fenomeno che riguarda il settore manifatturiero, ma anche la visione strategica dell’Unione».

Questo spostamento è stato favorito dalla Brexit?

«No, è cominciato già da 7-8 anni, mentre la Brexit è un fatto più recente».

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