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I porti tra investimenti e protezionismo miope / ANALISI

L’editoriale del giornalista GIORGIO CAROZZI per TTM/Tecnologie Trasporti Mare

La via del mare è tracciata, le rotte per il Far East ben delineate, i nuovi transatlantici – orgoglio del Made in Italy e di Msc – incorniciano Genova. Ma il tema di fondo della nostra economia, in particolare di quella legata al mare, è il deficit infrastrutturale che l’Italia sconta nei confronti di tutte le maggiori economie mondiali. “Se vuoi diventare ricco, prima di tutto devi costruire il tuo tetto”. E’ un proverbio asiatico che spiega bene l’enfasi e la priorità che i cinesi, ma prima ancora i giapponesi, mettono sul tema delle infrastrutture.

Purtroppo si suppone che i nostri governanti non abbiano la minima idea della velocità con cui il Giappone, la Corea e la Cina hanno cambiato l’asse dell’economia mondiale. E che non conoscano neppure la realtà dei nostri concorrenti europei. I tedeschi hanno ben capito di che cosa si parla: già dal 2016 la Cina è diventata il primo partner commerciale della Germania, davanti alla Francia e agli Stati Uniti, con investimenti mirati nei servizi necessari al gigante asiatico. E, considerata la miopia protezionistica del presidente americano Donald Trump, c’è da aspettarsi che i legami commerciali fra Germania e Cina si rafforzino ancora di più.

Non si tratta tanto della Belt and Road Initiative, destinata soprattutto all’espansione cinese nei Paesi emergenti. La dimensione dell’iniziativa cinese è colossale. Basti pensare che il Piano Marshall realizzato dagli Stati Uniti per la ricostruzione dell’Europa post bellica mise in campo 13 miliardi di dollari, corrispondenti a circa 130 miliardi a valori attuali, mentre il progetto Belt and Road prevede investimenti per una cifra nell’ordine dei 900 miliardi di dollari, mirati a realizzare infrastrutture nei Paesi che non hanno risorse sufficienti per costruire porti, autostrade, ferrovie. Dal nostro punto di vista, non si tratta tanto di quantificare i possibili investimenti diretti cinesi in Italia, che pure potranno dare impulso ad opere importanti con schemi di finanziamento innovativi. Quello che è certo è che lo sviluppo impetuoso delle economie asiatiche contribuirà in maniera decisiva alla crescita dell’economia mondiale e dello shipping.

Certamente uno degli obiettivi degli investimenti esteri cinesi è l’aumento esponenziale della domanda di prodotti Made in China. Negli ultimi vent’anni il mondo intero ha tratto benefici dalla rapida industrializzazione cinese. Ora siamo passati alla fase due, quella della Cina che costruisce nel mondo strade, ferrovie e infrastrutture portuali. Nei porti e nei terminal del Mediterraneo i cinesi hanno speso finora 4 miliardi di euro. Pochissimo però in Italia, anche perché il nostro Paese ha smesso di crescere e anche nei momenti migliori è il fanalino di coda delle grandi economie occidentali. Fra le ragioni di fondo di questa stagnazione, soprattutto un paio devono essere evidenziate.

La prima è il blocco sostanziale delle grandi opere, che ha impedito alle imprese di crescere. La seconda è nei limiti del sistema produttivo, fatto di piccole e medie imprese mentre l’industria del presente richiede dimensioni adeguate alla competizione internazionale. Due temi sui quali, purtroppo, il nuovo Governo non sembra intenzionato a generare il cambiamento che sarebbe necessario.

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