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Bahri Jazan, Genova trema: «Traffici a rischio»

Genova - La preoccupazione degli operatori portuali è quella che centinaia di navi dirette a Genova possano scegliere di scalare altri porti. E che quella pace sociale che regna sui moli del capoluogo ligure ormai da anni possa andare in frantumi: con conseguenze negative per l’economia e il lavoro.

Genova - La preoccupazione degli operatori portuali è quella che centinaia di navi dirette a Genova possano scegliere di scalare altri porti. E che quella pace sociale che regna sui moli del capoluogo ligure ormai da anni possa andare in frantumi: con conseguenze negative per l’economia e il lavoro. La nave saudita “Bahri Jazan” ieri ha fatto scalo nel porto genovese senza caricare a bordo i quattro generatori fermi ormai da quasi un mese al terminal Gmt.

L’imbarco è stato bloccato - per la seconda volta - dopo l’intervento di alcuni camalli, partiti della sinistra e associazioni pacifiste che hanno protestato contro l’arrivo del cargo accusato di trasportare materiale bellico utilizzato dall’Arabia Saudita nel conflitto in Yemen. Secondo Paolo Signorini, presidente dell’Autorità di sistema portuale di Genova-Savona, si tratta «di una questione che ha una evidente rilevanza politica e per questo dovrebbe intervenire il governo: non devono essere penalizzare gli operatori e neppure i camalli. Mi auguro per tutti che il clima resti sereno». La preoccupazione che episodi di questo tipo, in futuro, possano nuovamente verificarsi danneggiando i traffici è evidente all’interno del cluster marittimo: «Se analizziamo l’aspetto che riguarda il lavoro, in città abbiamo già molti problemi dopo il crollo del Morandi - dice Alberto Banchero, presidente degli agenti marittimi cittadini -, ci manca solo che ora mandiamo via anche le navi. Così facendo - prosegue - gli armatori sceglieranno altri porti e verrà a mancare lavoro». «Teniamo presente - chiude il numero uno di Assagenti - che sono anni che questa compagnia porta le sue unità in porto: Capitaneria e Prefettura avevano autorizzato l’imbarco dei generatori». «Nessuno è favorevole alla guerra - sottolinea Giampaolo Botta, direttore generale di Spediporto - ma qui si parla di carichi autorizzati. L’industria della difesa dà lavoro a migliaia di persone e porta milioni di euro alla nostra economia. Chi ha protestato, se ci saranno conseguenze, dovrà farsi carico di eventuali posti di lavoro persi. Questa atmosfera non fa bene a nessuno». «Se proseguiranno le proteste - aggiunge Gilberto Danesi, numero uno del terminal Psa di Pra’ e presidente della sezione terminalisti di Confindustria Genova - inevitabilmente gli armatori porteranno altrove le proprie navi». La situazione di nervosismo che si respira in banchina viene tenuta sotto osservazione proprio dagli armatori. «Come spesso accade - spiega il presidente di Confitarma, Mario Mattioli - le navi mercantili sono vittime delle tensioni politiche internazionali e senz’altro l’attuale situazione del porto di Genova rientra tra quei casi. Peraltro - aggiunge - anche in Francia e in Spagna vi sono state simili proteste contro navi che trasportavano armi. È chiaro che le navi vanno dove il commercio internazionale le porta e non sta a loro adottare decisioni politiche». Nel frattempo Teknel, l’azienda romana che ha prodotto i generatori rimasti fermi in porto e che si ritiene danneggiata, ha scritto al premier Giuseppe Conte per chiedere un intervento del governo che chiarisca la vicenda. Le segreterie di Filt e Cgil Genova e Liguria, invece, sono intervenute sulle polemiche - da parte del governatore ligure Giovanni Toti - relative alla posizione avuta sulla “nave delle armi”. «Chi intende strumentalizzare - si legge in una nota -, millantando che così il sindacato non tutelerebbe i lavoratori del porto e quelli delle molte fabbriche dell’industria della difesa, non fa un buon servizio né al Paese, né alla Regione Liguria e nemmeno a sé stesso».

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