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«Non togliamo risorse ai marittimi italiani» / INTERVISTA

Genova - Colombai, leader del fronte portuale della Cgil: «I soldi che oggi sostengono il comparto non vadano a finanziare promesse elettorali».

Genova - Lo spazio per un tagliando organico al Registro c’è, anche alla luce degli interessi condivisi con entrambe le associazioni degli armatori italiane, i cui presidenti la scorsa settimana hanno illustrato al Secolo XIX-the MediTelegraph le priorità del settore. In attesa che si definisca la strategia marittima del nuovo esecutivo e si chiuda la trattativa sul rinnovo del contratto. Maurizio Colombai, coordinatore marittimi e portuali della Filt Cgil, rilancia il dialogo con armatori e governo, ma mette in guardia: «Non possono essere sottratte risorse al comparto marittimo per portare a compimento le promesse della campagna elettorale».

Però il Registro internazionale crea una tassazione di tutto vantaggio per gli armatori italiani.

«La legge sul Registro è del 1998: a 20 anni di distanza una revisione sarebbe anche auspicabile. Ma la norma dovrebbe essere considerata nella sua globalità. Invece, improvvisamente, dal 2015 è stata portata avanti una campagna politica che ha evidenziato solo la parte dei contributi pubblici impegnati dalla legge, senza tenere conto che questa stessa legge ha permesso l’assunzione di migliaia di marittimi italiani e comunitari: io credo che questa aggressione al comparto industriale faccia parte di un piano più articolato, orientato al recupero di risorse economiche per portare a compimento varie promesse elettorali. A supporto di questo sospetto le cito anche le numerose dichiarazioni e convegni pubblici che ultimamente sembrano proprio suggerire al nuovo esecutivo di considerare i risparmi realizzabili con le la cessione dei beni demaniali che hanno attinenza con le attività portuali».

In realtà negli ultimi anni la flotta italiana, pure se di poco, si sta riducendo.

«Sì, perché alcuni armatori italiani, magari per assicurare la tenuta delle aziende, hanno cambiato bandiera ad alcune unità. E questo perché in Europa esistono registri internazionali molto meno vincolanti del nostro in termini di tutela sugli imbarchi di italiani e comunitari. penso a Malta o alla Danimarca. Ricordo che inizialmente i sei comunitari previsti obbligatoriamente a bordo dal nostro Registro internazionale erano appunto sei italiani. È stata l’Ue a chiedere l’inclusione dei cittadini comunitari».

Cosa chiederete al nuovo ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, quando lo incontrerete?

«Ci sono una serie di argomenti che abbiamo lasciato in sospeso con il precedente esecutivo. A partire dal censimento dei marittimi, che sollecitiamo da marzo 2017: ancora oggi non si sa con esattezza quante e quali siano le matricole in Italia: risulta quindi difficile calcolare precisamente sia i benefici fiscali a favore degli armatori che gli istituti a garanzia dei marittimi. Ma soprattutto, mancano i profili per poter far combaciare la domanda e l’offerta. Con tutto che una riforma del collocamento della Gente di mare è già stata varata nel 2006. Aveva cinque decreti attuativi, solo uno è stato convertito in legge. Altra conseguenza, è che risulta difficile anche avviare una riforma per quantificare quale possa essere il contributo a carico degli armatori per la formazione professionale, che per il marittimo deve essere costante e ha un costo, solo quella di base, intorno ai 2.000 euro. E noi dovremmo togliere l’alibi a chi dice che mancano le professionalità».

Il Registro prevede un contributo a favore dei sindacati. Rinuncereste a questo contributo se si dovesse scegliere tra sindacato e formazione?

«Domanda scontata, la risposta è sì. Questo detto a valle del fatto che il contributo, a beneficio di tutti i sindacati, è necessario per coprire l’assistenza ai marittimi sotto bandiera italiana che navigano in tutto il mondo».

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